«Incompetenti, corrotti e lontani dalla società Il fallimento dei governi islamici»

La seconda è che Morsi non era portatore di alcun progetto di rivoluzione islamista: ha preso il potere ma non ha saputo che farsene. La terza è il ruolo dell’esercito e del vecchio apparato di Mubarak, che è pronto a tornare alleandosi stavolta con piazza Tahrir. Poi c’è un altro insegnamento che va al di là dell’Egitto».

In che cosa consiste questa lezione più ampia?

«Mi pare che ci sia un elemento che accomuna tutti i movimenti di protesta in Europa e nel Mediterraneo, oggi, dalla Grecia alla Spagna all’Egitto alla Turchia: chi scende in piazza contesta, protesta, ma non cerca o non è in grado di prendere il potere. Questi movimenti non hanno leader, né un progetto coerente. I partiti populisti di estrema destra, dal Front National in Francia a Ukip in Gran Bretagna, hanno vocazione a governare. Chi scende in piazza oggi in Egitto, invece, mi ricorda i movimenti Occupy o gli Indignati europei, più vicini all’estrema sinistra. Cultura protestataria ma né rivoluzione né gestione del potere».

La questione dell’Islam quindi non è centrale?

«Direi proprio di no. In piazza Tahrir non si protesta contro un’islamizzazione che non c’è stata. I manifestanti rimproverano ai Fratelli musulmani due cose: l’incompetenza e il nepotismo. La corruzione non ancora, perché non c’è stato il tempo».

Chi sono allora gli oppositori?

«Il problema di quelli che chiamiamo i liberali è che la loro lotta è ambigua: dicono di lottare contro la dittatura di Fratelli musulmani, ma non c’è alcuna dittatura. Poi, dicono di volere la democrazia, ma fanno affidamento sull’esercito. Cercano di farsi rappresentare da El Baradei, non un personaggio credibile. L’opposizione è unita solo dal fatto di detestare Morsi».

Pensa che potrebbe riprodursi uno scenario algerino, con i militari chiamati a fermare l’avanzata islamista?

«In Egitto è probabile che i militari prenderanno il potere, ma ci sono molte differenze con l’Algeria del 1991. Là l’esercito era già al governo, e negò la vittoria a un Fis pronto a islamizzare la società. Ma in Egitto, e in Tunisia, il punto non è più l’Islam. È sbagliato pensare secondo lo schema di militari modernizzatori che salvano i cittadini dall’oscurantismo islamico».

Crede comunque a un prossimo golpe in Egitto?

«Molti segnali lo indicano, il problema è che cosa succederà poi. Esercito e amministrazione sono corrotti. Se il nuovo governo non riuscirà a fare ripartire l’economia, a stabilizzare il Paese, a far tornare i turisti, gli stessi che oggi sono in piazza contro Morsi ci torneranno contro il regime di un neo-Mubarak appoggiato dai militari».

Poche settimane fa si sono riempite anche le strade di Istanbul. Che ruolo gioca l’Islam nelle proteste turche?

«Anche qui, non mi pare centrale. Chi manifesta contro Erdogan manifesta contro la corruzione, più che a favore della laicità. A differenza che in Egitto, in Turchia gli islamici moderati si sono dimostrati governanti efficaci, grazie all’esperienza accumulata per dieci anni nelle amministrazioni locali: hanno una competenza tecnica e burocratica che manca totalmente ai Fratelli musulmani egiziani. Le manifestazioni in Turchia mi ricordano allora il maggio ’68 francese: economia che funziona ma capitalismo senza controllo, speculazione immobiliare e una classe dirigente dai valori molto conservatori quanto a società e famiglia, completamente lontana dalle richieste dei giovani».

Che pensa dell’atteggiamento dell’Occidente? Pensa che alcuni facciano il tifo per i militari come male minore rispetto agli islamisti?

«L’Occidente oggi è in imbarazzo e diviso, anche di fronte a una buona notizia quale quella che le Primavere arabe non sfociano in rivoluzioni islamiche. In Egitto, e in Tunisia, dove gli islamisti hanno preso il potere, non c’è un islamismo rivoluzionario. Il ciclo in stile Iran degli ayatollah, cioè rivoluzione — conquista del potere — islamizzazione della società, è finito».

Lo scriveva già nel suo libro del 1996, «Il fallimento dell’Islam politico». Perché parla di Occidente diviso?

«Perché gli americani se ne dispiacciono, avrebbero preferito vedere anche in Egitto il successo di un islamismo moderato alla turca. Mentre i francesi, ossessionati dall’Islam, hanno il sogno di laicizzare le società musulmane».

Quali sono le sue previsioni per i prossimi mesi?

«Da parte occidentale, spero che non cadremo nella tentazione di dissociare liberalismo e democrazia. La dittatura liberale, che porti stabilità di governo e diritti delle donne, è un vecchio sogno che ha sempre fallito. Lo abbiamo visto con lo Shah in Iran, Ben Alì in Tunisia, Nasser in Egitto. I despoti illuminati non funzionano, e oltretutto alimenterebbero di nuovo un islamismo rivoluzionario».

E in Egitto?

«Temo che l’esercito occuperà sempre più spazio. Interverrà in nome dell’ordine, dell’efficienza promettendo magari il ritorno alle urne, ma una volta preso il potere i militari se lo terranno stretto. Faranno una cosa alla pakistana: partiti conservatori pieni di notabili dell’ancien régime».

Stefano Montefiori


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