Le nozze Corriere-Stampa e l’ombra di Murdoch

La storia si ripete, dunque? Probabilmente no. E non perché, quando si ripete, la storia lo fa in forma di farsa. È difficile che, questa volta, la storia si ripeta perché tutto è cambiato rispetto al 1984 allorché la Fiat divenne l’azionista di riferimento dell’ex gruppo Rizzoli-Corriere della Sera con l’aiuto di Mediobanca e l’avallo della Banca d’Italia. Il governatore Carlo Azeglio Ciampi, non dimentichiamolo, era fedele alla legge bancaria del 1936, che non ammetteva le banche nell’azionariato dei giornali e al tempo stesso non se la sentiva di favorire una proprietà diffusa in capo al Corriere come suggeriva Cesare Merzagora per il timore che i residui della loggia massonica deviata P2 potessero tentare di riprendersi il giornale con occulte scalate.
Nel 1984 l’Italia stava andando bene. La sua editoria si apriva a una stagione felice, inondata di pubblicità. La sfida della tv commerciale era agli albori. Internet interessava solo le università americane. Oggi l’editoria è al tracollo. E non ha un’idea chiara su che cosa fare per conquistarsi un nuovo destino in un mondo dove Google ha cambiato tutto: la comunicazione, la pubblicità e, attenzione, anche la politica come dimostra l’uso del microtargeting nella campagna elettorale di Obama.
NIENTE PIÙ FUNZIONE NAZIONALE
Allora la Fiat era l’Italia, grondava profitti e controllava il 60% del mercato dell’auto. Oggi è una multinazionale che insegue gli aiuti di Stato in giro per il mondo. Non ha più una funzione nazionale. Né la potrebbe avere nel momento in cui non chiude una o due delle sue fabbriche italiane solo perché, come ha scritto Andrea Malan sul 24 Ore, è al momento più conveniente approfittare della cassa integrazione. E se i numeri hanno ancora un senso, non saranno i 90 milioni investiti in via Solferino, anziché in ricerca e sviluppo nell’auto, a restituire il rango di un tempo.
La storia della presenza Fiat in Rcs Mediagroup, d’altra parte, non è priva di lati oscuri: l’avventura disastrosa nel cinema affidata a Montezemolo, protetto di Gianni Agnelli; la cessione ad alto prezzo del disastrato Gruppo editoriale Fabbri a Rcs da parte dell’Ifi o, per venire a tempi più recenti, il tentativo di affidare la direzione del Corriere a Carlo Rossella, allora presidente della berlusconiana Medusa, da parte dello stesso Montezemolo. Ciò detto, il raddoppio della Fiat sulla ruota del Corriere non può essere liquidato con i paragoni storici. Basterebbe, ad allontanarne l’ombra, che John Elkann dimostrasse nei fatti di essere diverso dal nonno e dallo «zio»… In ogni caso, non si comprende la questione Rcs restando, nel 2013, dentro i recinti del passato.
La soluzione ideale era e resta quella di costruire un veicolo finanziario che traghetti la Rcs, o almeno il Corriere, verso una proprietà diffusa protetta da una golden share in mano a un comitato di garanti sul modello dell’Economist e della Reuters. Ma la cultura politica e imprenditoriale italiana resta padronale sempre e comunque, la qual cosa non è un male nelle multinazionali tascabili del Quarto capitalismo, ma lo diventa nella grande editoria qualora questa sia strutturalmente priva, come accade in Italia, di editori puri.
Alla soluzione ideale si preferisce una soluzione realista. Senonché il realismo si rivela prezioso solo quando costruisce un ponte verso le soluzioni migliori. Viceversa, se diventa fine a se stesso, finisce con il lasciare incancrenire i problemi. E la storia di via Solferino lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio.
CON IL SOLO 20 % NON SI COMANDA
Stiamo dunque fuori dai recinti del passato, ma dentro quelli del realismo. Che cosa vediamo, per cominciare? Vediamo una Fiat che in prima battuta non sarà sola. Con il 20%, in presenza di altri azionisti rotondi, non si comanda. Si presiede. A meno che gli altri soci eccellenti non abdichino alle loro responsabilità, paghi di potersi nascondere dietro la figura di Elkann.
Tra questi soci eccellenti risaltano Mediobanca e Intesa Sanpaolo, ma anche Della Valle, Unipol, il Banco Popolare. Tranne che per il signor Tod’s, cito le ragioni sociali e non le persone deliberatamente: le responsabilità durano oltre i responsabili manageriali che cambiano. Quando si sarà consumata l’asta dei diritti post aumento di capitale, vedremo le diverse consistenze dei soci. Chi sta con chi e come. Ma è chiaro fin d’ora che le tre banche azioniste avranno una speciale responsabilità. Non foss’altro perché, specialmente Intesa, sono anche i soggetti creditori di una società sull’orlo dell’abisso.
In prospettiva è bene che le banche non abbiano azioni dei giornali. Questo, sia detto di passata, esige il Fondo monetario internazionale dalla Grecia. Ma noi non siamo greci e taluni industriali non tutti hanno dato prove al Corriere peggiori di quelle di taluni banchieri non tutti. Dunque, le banche devono fare adesso la loro parte, senza fuggire.
Alla Fiat viene attribuito un piano industriale che prevede lo spezzatino del gruppo Rcs. Niente di male, in teoria. In pratica, il diavolo si nasconde nei dettagli. E non basterà agitare il fantasma di Berlusconi per assolvere tutti i peccati della finanza, dell’imprenditoria e della politica sul fronte dell’informazione.
Anche perché il fantasma di Berlusconi non può onestamente fare paura a chi osservi i conti del Giornale e della Mondadori e pure quelli di Mediaset. Nell’anno di grazia 2013, l’ex premier non sarebbe tecnicamente in grado di accollarsi il rischio Rcs. I principali dettagli su cui si gioca il futuro del primo giornale italiano sono due: a) il destino aziendale del Corriere; b) la sua governance.
Il progetto più gettonato al momento prevede lo scorporo del quotidiano di via Solferino e il suo accoppiamento con la Stampa: una nuova società alla quale parteciperebbe, al 29%, la Newscorp di Rupert Murdoch. Potrebbe funzionare sul piano industriale o forse no. La Stampa si ridurrebbe a mero quotidiano regionale? A quali prezzi avverrebbe il conferimento, dopo l’amara esperienza del Gruppo editoriale Fabbri?
DICHIARAZIONE DI IMPOTENZA
Certo, Murdoch ha forse le spalle abbastanza larghe per contrastare il predominio di Google. Ma il grande imprenditore Murdoch è anche un signore che esercita il potere in modi assai discutibili, e fa accordi sopra e sotto il banco con la politica. In ogni caso, per l’establishment italiano, sarebbe una dichiarazione di impotenza, un esito triste. Il cedimento a una concentrazione di potere editoriale analoga, se non superiore, a quella che esiste in capo a Berlusconi e per giunta in capo a un signore straniero che fa la “sua” politica estera. Ma forse, di fronte al microtargeting di Google, i criteri antitrust tradizionali e pure i confini storici delle diplomazie rivelano l’usura del tempo. Quando Eric Schmidt dà a Barack Obama l’organizzazione manageriale e le risorse informative di Google che consentono di raggiungere – a lui che è amico di Schimdtenon al rivale tutte le persone con messaggi mirati perforandone la privacy, non c’è più nemmeno un Murdoch che tenga. E allora la seconda questione la governance del Corriere, ma questo vale in generale per tutti i media che hanno una capacita di influenza sull’opinione pubblica diventa centrale.
Chi detterà la linea del Corriere sul ruolo dell’Italia nelle battaglie della pace e della guerra? Murdoch? I suoi amici cinesi o americani o inglesi? O si faranno sentire i Bazoli, gli Elkann, i Nagel, i Della Valle? E come?
Il Corriere ha oggi un direttore che, da figlio della tradizione migliore (c’è anche una tradizione scadente in certe stanze), ha saputo in diverse occasioni tenere la schiena diritta, ma che da parecchi mesi è sottoposto a un’azione di logoramento proprio dalla Fiat.
Fatto l’aumento di capitale, sta oggi a chi ha preso l’iniziativa sciogliere le incertezze: dica se intende procedere da solo o con altri e a quali condizioni e poi confermi, se crede, la fiducia a Ferruccio de Bortoli, ovvero indichi un nuovo timoniere che sia garante del nuovo corso e con ciò inizi a farsi misurare. Non vorremmo che il conferimento della Stampa al Corriere fosse come quello delle centrali elettriche Fiat alla Montedison, che fu il pesante pedaggio pagato dall’Electricité de France per potersi mangiare per intero Foro Bonaparte.


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