Forza Italia 2.0 , uno scudo per il Cavaliere

Il «ritorno alle origini» in politica è sempre stata considerata una forma di regressione, l’istinto di chi si rifugia nel passato per difendersi dal futuro.

Strano, perché il Pdl — battezzato su un predellino e capace di sbancare alle elezioni del 2008 — doveva essere «l’eredità» del Cavaliere da affidare al popolo dei moderati. Così com’è strano che la rinascita di Forza Italia sia legata (anche) all’insofferenza verso la componente degli ex An, perché — per paradosso — lo zoccolo duro dell’elettorato rimasto a Berlusconi dopo l’emorragia di sei milioni di voti alle scorse Politiche, è proprio quello di destra. Eppure il Cavaliere è convinto che il Pdl, acronimo da sostituire alla vecchia Cdl, debba essere formato dalla nuova Forza Italia, dalla Lega, dai Fratelli d’Italia, dai centristi dell’Udc e dal pezzo più consistente di Scelta civica: «Con Monti — aveva spiegato Berlusconi — i rapporti si sono rasserenati, e vanno recuperati definitivamente».

Sarà, ma questa forma di reducismo incontra ancora resistenze nei potenziali alleati. Non è solo una questione di prospettiva e di scenari futuri, anche se il Cavaliere si tira fuori dalla disputa sulla leadership di coalizione, se è vero che al Tg1 ha annunciato di voler essere solo il «numero uno» di Forza Italia. L’intendimento rischia di generare però un sommovimento, sembra cioè un azzeramento delle cariche di partito, un reset che potrebbe apparire una diminutio di chi oggi veste i panni del segretario del Pdl. Non è così, almeno questo è ciò che ha assicurato Berlusconi ad Alfano durante il drammatico vertice di ieri a palazzo Grazioli, dove il vice premier e la delegazione di governo erano giunti all’appuntamento con le dimissioni da ministri in tasca.

Perché non si è mai visto un partito che non segue le indicazioni di partito, se è vero che il Cavaliere traccia il solco ma non tutti lo difendono. Anzi non passa giorno senza che il governo sia bersaglio di esponenti del Pdl, quotidiani di riferimento, talk show televisivi. Ci vorrebbe poco per perdere la pazienza, Alfano ha impiegato due mesi, e quando ieri mattina si è sentito dare dell’«unfit» dal Giornale di famiglia, ha alzato il telefono e ha riempito di stupore tutti i suoi interlocutori: parenti di Berlusconi, amici fedeli di Berlusconi, consiglieri di Berlusconi, e ovviamente Berlusconi stesso. «Così non ha senso stare dove stiamo», ha esordito il vice premier: «Invece di essere quotidianamente oggetto di critiche, preferisco tornare a fare quello che facevo». Già Alfano galleggia sull’alito del drago, dovendo gestire i delicati equilibri tra palazzo Chigi e palazzo Grazioli, se poi i suoi colleghi di partito si mettono a usare contro di lui il lanciafiamme…

Raccontano che il Cavaliere abbia ricevuto i ministri, che si erano di fatto autoconvocati nella sua residenza, invitandoli a calmarsi: «Non vi permettete. Io ho dato la parola e il governo deve andare avanti. Non vi preoccupate di me, a me ci penso io», con chiara allusione alle sue tragedie giudiziarie. E per dare più effetto alla scena, mentre gli ospiti si trovavano ancora nell’anticamera, ha chiesto di parlare al telefono con il direttore del Giornale: «Ma non si trova», ha scosso il capo sconsolato. Può darsi l’abbia trovato dopo, di sicuro ha sentito Brunetta, che proprio sul quotidiano di famiglia aveva giocato a freccette con il governo: «Non so più quante volte l’ho pregato di concordare con me la linea», è sbottato Berlusconi.

Il capogruppo del Pdl alla Camera non può essere inserito tra i falchi del partito, è piuttosto un battitore libero che non ha mai smesso di puntare al ruolo di Saccomanni. Ancora all’ultima riunione di partito, parlando dei ministri del Tesoro che si sono succeduti nella storia repubblicana, aveva salvato solo Einaudi al suo cospetto. Ma il nodo più complicato è il rapporto con l’ala dura del Pdl, incarnata dalla Santanchè, «che se si torna a Forza Italia — è stata l’obiezione dei ministri — non può certo rappresentare il blocco dei moderati». Perciò il Cavaliere ha avocato a sé i poteri, «non consentirò giochi nel partito», perciò ha deciso l’intervista al Tg1. Un modo per tutelare il soldato Angelino, e ribadire la parola data a Napolitano e Letta. Non a caso ha usato la stessa formula del premier per zittire le critiche al governo: «Sono solo uno stimolo a fare di più». Il rischio per il governo è un’overdose di stimolanti.

Francesco Verderami


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 ROMA — Erano rimasti d’accordo che Palazzo Chigi avrebbe inviato al Quirinale il decreto (in realtà  forse più di un decreto) un capitolo dopo l’altro, senza aspettare la stesura dell’intero pacchetto di misure anticrisi e la sua ufficializzazione in Consiglio dei ministri.

MA IL PD CHE FA?

Il bravo Stefano Folli, sul Sole 24 Ore di ieri titolava «Il Lazio può inghiottire il Pdl». Certamente, il Lazio è anche Roma – ricordate «capitale corrotta, nazione infetta»? – lo scandalo del Pdl nella regione Lazio può travolgere tutto il partito, anche perché la Polverini non è un personaggio di secondo piano. È la botta più forte per Berlusconi e tale – penso io – da indurlo a desistere dalla tentazione di tornare in campo. Il caso Lazio è la conferma della frammentazione del fronte berlusconiano. Che fine fa il rapporto con la Lega se torna, così evidente, «Roma ladrona»?

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