I nani d’Europa e la società  dimenticata

Oggi, per dipingere politici europei e tecnocrati che, imponendo la pratica dell’austerità  di bilancio, stanno mettendo in ginocchio l’Europa, mi sembra il caso di parlare dei “nuovi nani” della scena politica europea. Negli ultimi mesi ci sono state importanti ammissioni di errori da una parte dei tecnici e degli accademici che avevano sostenuto l’esigenza dell’austerità  fiscale. Sono anche emersi sempre più nitidamente fatti che, senza bisogno di tante riflessioni, pongono in evidenza le possibilità  di successo di politiche espansive. A porre i primi dubbi sulla saggezza della drastica terapia di austerity hanno cominciato quelli del Fmi, Blanchard ( chief economist di quella struttura) in testa. Non si è trattato certo di un pentimento completo (si veda www.sbilanciamoci.info Sezioni/globi/Il-bilancio-espansivo – cheserve-all-Europa-16614 ) ma si è tornati ad ammettere, come negli anni 1970, che i moltiplicatori di spesa pubblica e imposizione possono essere diversi da zero e diversi tra loro. Più tardi è scoppiato lo scandalo Reinhart e Rogoff, autori di un articolo che sosteneva come i paesi il cui debito pubblico superava il 90% del Pil non potevano che soffrire sul piano dello sviluppo, ma il loro lavoro si è rivelato pieno di errori aritmetici e statistici. E’ ora documentato che all’intensificazione dell’austerità  non ha corrisposto una diminuzione del rapporto debito/Pil, anzi è avvenuto per lo più il contrario perché la diminuzione del denominatore indotta dall’austerità  era maggiore di quella del numeratore. Ed è recente l’annuncio che gli Usa hanno ripristinato il tasso di disoccupazione pre-crisi. Lo hanno fatto attraverso politiche espansive a carico del bilancio pubblico.
Con il vecchio linguaggio di scuola keynesiana si sarebbe detto con lo strumento della fiscal policy , in contrapposizione con la politica monetaria, considerata comunque insufficiente in una situazione in cui la spesa per investimenti è scoraggiata dalle basse aspettative di crescita. Ma l’analisi comparata di fatti evidenti – si veda anche il blog di Francesco Saraceno ( fsaraceno.wordpress. c o m / 2 0 1 3 / 0 5 / 0 5 / i t – a i n t – o v e r – t i l – i t s over/#more-1071 ) sembra non bastare ai nani politici europei, che si limitano a guardare con gaudio infondato al ribasso del tasso di interesse dal 0,75 allo 0,5%, quando è invece evidente che le imprese non sono disponibili a fare molti investimenti. E le banche sono sufficientemente inguaiate per non essere disponibili a prestare alle imprese produttive (e sono spesso sgridate dagli eurocrati per questo); è chiaro che preferiscono continuare a finanziare solo gli speculatori. Come è possibile che la cultura di governo sia divenuta tanto povera, ottusa, incorreggibile? Ma, soprattutto, come è possibile che la sensibilità  della sfera di politici e tecnocrati ai problemi sociali si sia sostanzialmente dissolta nell’arco di una generazione? In un mio libro della fine degli anni 1970, “Disoccupazione giovanile e azione pubblica”, argomentavo che una società  incapace di connettere bisogni ancora insoddisfatti e risorse umane inutilizzate era una società  affetta da profonde disfunzioni; più in breve una società  stupida. In realtà  avrei dovuto dire che si trattava di una società  governata stupidamente. Ma ragionare sembra arduo per questi nani. Alla fine degli anni ’70, potevo parlare di “azione pubblica” a proposito della disoccupazione giovanile. Già  allora prevaleva una logica di mercato – nel senso che la legislazione praticata faceva principalmente leva sulla ricerca di flessibilità  nei mercati del lavoro e sulla formazione professionale, mentre solo sussidiariamente venivano previsti ulteriori meccanismi integrativi. Ma il principio di un intervento pubblico correttivo della “spontaneità ” dell’agire delle forze di mercato era considerato del tutto logico e legittimo. E si poteva dimostrare che le politiche di flessibilità  perseguite da parte delle singole nazioni si spiazzavano reciprocamente. La formazione professionale (laddove ben fatta) dava risultati positivi sulla produttività  ma non sull’occupazione, dando semmai luogo ad una redistribuzione soggettiva delle opzioni lavorative.
La raccomandazione conclusiva era, fin da allora, di praticare politiche macroeconomiche più espansive e organizzare a livello pubblico o sociale saldature tra bisogni e risorse lavorative. Esisteva allora, una forte attenzione e tensione sociale sul problema, con diverse proposte di interventi per il lavoro. Il comune intento era quello di far sentire ai giovani disoccupati che la società  non li dimenticava, di conservare e valorizzare il capitale umano di cui i disoccupati erano portatori, di attenuare la loro frustrazione e la loro disperazione. I lavori “socialmente utili” in Italia furono un’idea giusta, anche se per lo più pessimamente gestita, per debolezza politica e incapacità  organizzativa. Non sento nulla, nei discorsi di oggi, che ricordi la tensione politica che esisteva trenta anni fa su questi problemi. www.sbilanciamoci.info


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