Il caso Belaid: traiettorie di un omicidio politico

Ovvero del presidente Sadat: un leader diverso, per un paese diverso. Ciononostante, si adattano perfettamente al clima che si respirava a Tunisi, nei giorni antecedenti la morte dell’avvocato Belaid. Un clima fatto di aspirazioni vaghe, fresche, come le aspettative di quei molti giovani che non avevano conosciuto la libertà , prima dello scoppio della rivoluzione. Quel clima, che pure sopravviveva alle tensioni e alla difficile realtà  di un avvenire da costruire, risulta, oggi, radicalmente mutato. Non che sia del tutto scomparsa la speranza; piuttosto, si è manifestata la paura che quell’amore per il nuovo, così deciso e spensierato, possa condurre ad esiti inaspettati. Forse drammatici.

La vittima. Per comprendere questo cambiamento, ed il conseguente inasprimento dello scontro, è interessante tornare a quel 6 Febbraio, quando il segretario del Partito dei Patrioti Democratici Uniti, eminente interprete del dibattito politico, venne raggiunto da quattro colpi di pistola, di cui tre alla testa. Un’esecuzione, all’uscita di casa. Una modalità  che alimenta il sospetto che non si sia trattato dell’improvvisazione di un fanatico. È nondimeno interessante prendere in considerazione la biografia dell’uomo: come detto, un avvocato, ossia l’esponente di una categoria professionale che ha avuto un ruolo determinante nella caduta del regime di Ben Ali, fungendo, per anni, da serbatoio di idee democratiche. E laiche. Un militante del fronte progressista, molto esposto nel contrasto, anche mediatico, al processo di islamizzazione radicale di alcune frange della società , che Belaid imputava alla morbidezza, del partito al governo – Ennahda -, nei confronti dei movimenti salafiti.

Il contesto. Le esequie, avvenute in tempi brevi -come prescrive il rito islamico- rappresentano un avvenimento altrettanto utile per cogliere le dinamiche che fanno da contorno all’omicidio. Innanzitutto, il dato dell’adesione al corteo: oltre un milione di persone -un milione e mezzo secondo alcune dichiarazioni-; una partecipazione enorme per una popolazione che a stento supera i dieci milioni di abitanti. Oltretutto, esiste un unico precedente: il cordoglio suscitato dall’uccisione di Farhat Hached, protagonista della lotta anticoloniale. È sintomatico del valore storico che il delitto ha assunto nella coscienza popolare. Non meno importanti sono i protagonisti della cerimonia funebre, primo fra tutti l’esercito: forza invocata, anche in tema di indagini sull’omicidio, dalla famiglia del defunto, in ragione del carattere di relativa autonomia che essa mantiene nei riguardi dell’esecutivo. Ha scortato il corpo del defunto, sostituendosi alla polizia. Un segnale chiaro. Meno chiaro lo scopo dell’azione ripetuta e violenta che alcuni disturbatori hanno messo in atto ai danni dei presenti. Cani sciolti o gruppi organizzati, mossi per mandare un messaggio? Il dubbio permane.

Conseguenze. Indizi rilevanti arrivano anche dalle ripercussioni generate dal tragico avvenimento: accuse dei famigliari della vittima, all’indirizzo del Governo -in particolar modo del Ministero dell’Interno- , stanno, non a caso, avvelenano il campo politico. In un simile quadro perfino le parole assumono un ruolo cruciale: esemplificative, in tal senso, le critiche mosse al premier Hamadi Jebali per non aver impiegato, nei messaggi pubblici di condoglianze, il termine “marhoum”; appellativo che nell’uso linguistico arabo-islamico manifesta rispetto nei confronti dell’estinto. L’assenza è stata letta come una provocazione, alimentando ulteriori polemiche. Oltre a ciò, ha fatto scalpore la denuncia di Sofiane Farhat, noto giornalista, che ha dichiarato di essere in contatto con una fonte in possesso di informazioni scottanti. L’accusa è di essere stato ignorato dagli inquirenti. Tutto questo ha prodotto una spaccatura all’interno del partito di maggioranza, che ha portato, il 19 Febbraio, alle dimissioni di Jabali, fautore di un governo tecnico che consentisse un rasserenamento del clima; linea non condivisa dalla coalizione che sostiene l’esecutivo. L’incarico per la formazione di un nuovo governo è stato affidato al Ministro dell’Interno dimissionario: Alì Larayedh, un moderato. La scelta, tuttavia, è stata vista con sfavore delle forze di opposizione, che hanno considerato inappropriata la designazione di un ministro, per questioni d’ufficio, direttamente coinvolto nella vicenda. Ora si parla dell’avvenuto arresto del killer.

Prospettive. Al netto di ogni interpretazione, non sfugge che l’eliminazione di un attore della vita pubblica, di tale caratura, coincida con un salto di qualità  nel livello del conflitto sociale. Qualunque sia la verità  a cui approderanno le indagini, non sarà  più possibile, a fronte delle conseguenze, ristabilire la situazione precedente, caratterizzata da una sorta di equilibrio instabile. Perciò, emergono con urgenza gli interrogativi relativi al futuro; un futuro più che mai aperto a scenari contraddittori. Da un lato, è possibile che i settori più illuminati della società , sull’onda dell’emozione per la scomparsa del leader riformista, facciano attecchire le proprie idee presso quelle fasce della popolazione che si erano dimostrate, in precedenza, sorde al messaggio libertario. Dall’altro, non si può escludere che l’esasperazione suscitata serva da volano a tentazioni autoritarie, fino ad ora inespresse; un po’ come accadde, rilevate le dovute differenze storiche e culturali, dopo il delitto Matteotti. Molto dipenderà  dal grado di maturità  e reattività  dalla società  Tunisina. Al momento, non è possibile definire quali traiettorie stia seguendo il Paese. Un paese in viaggio verso il suo incerto domani.


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