Cina, Xi Jinping assume tutti i poteri

PECHINO — Un partito unico che conta 80 milioni di iscritti fedeli, un esercito di 2,3 milioni di soldati, una nazione di oltre 1,3 miliardi di cittadini sono guidati da un uomo di 59 anni che rappresenta la «quinta generazione» di leader della Repubblica Popolare cinese. Xi Jinping è stato eletto ieri capo dello Stato dal Congresso nazionale del popolo, il gran conclave del potere comunista. Ha ricevuto 2.952 voti a favore. Tre astenuti e uno solo contrario. Qualcuno dice che il franco tiratore sia stato lo stesso Xi, per segnalare modestia ai compagni e non raggiungere un troppo imbarazzante 100 per cento dei consensi in uno scrutinio a comando.
In realtà  Xi era già  stato scelto e cooptato dalla cupola del regime cinque anni fa. È «un principe rosso», come si chiamano a Pechino i figli degli eroi della rivoluzione che portò alla fondazione della Repubblica Popolare cinese nel 1949: il padre era un generale di Mao, anche se finì nelle purghe della Rivoluzione culturale. Dicono che Xi Jinping sia arrivato in cima alla struttura di potere collegiale della Cina tenendo sempre nascoste le sue carte, non svelando mai fino in fondo il suo pensiero. Chi è dunque? «È il nostro primo leader nato dopo la guerra, ha attraversato la Rivoluzione culturale da ragazzo, finendo relegato per anni in un villaggio di campagna, è stato anche all’estero: penso che possa avere una visione più ampia e portare la Cina su una via più moderna», ci ha detto la signora Lau Pu King, deputata di Hong Kong, all’uscita dalla Grande sala del popolo che domina la Tienanmen subito dopo l’elezione.
Un elogio obbligatorio, naturalmente. Ma in questi mesi di transizione l’uomo che guiderà  la Cina per dieci anni ha sparso in discorsi e proclami una serie di metafore illuminanti. Ha cominciato richiamando il partito e i cittadini al recupero della «frugalità ». Ha ammonito che «va affrontata la corruzione tra i funzionari statali dediti al formalismo e alla burocrazia». Ha detto che «per forgiare l’acciaio bisogna prima essere forti», ha ricordato che «l’Unione Sovietica è crollata perché mancava di un vero uomo capace di levarsi in piedi e difenderla nell’ora della crisi che l’ha disintegrata». Ha lanciato una campagna moralizzatrice dicendosi pronto «a schiacciare le mosche e combattere le tigri», riferendosi ai corrotti, siano essi piccoli burocrati o alti gerarchi del regime. Ha annunciato che «proseguire con le riforme è come prendere d’assalto una fortezza», che «ci si deve avventurare in un terreno pieno di pericoli», che «serve coraggio per mordere un osso». E per sintetizzare tutti questi slogan nazional-popolari che cercano di scuotere masse più interessate agli affari che all’ideologia, ha lanciato il «Sogno cinese»: una parola d’ordine così ampia e indeterminata che ognuno può leggerci quello che preferisce.
Ma ha dimostrato di essere in sintonia con le richieste di una classe media nata con il «socialismo di mercato» che ora si preoccupa per i guasti dell’industrializzazione forzata e sfoga la sua frustrazione su Internet. «I cinesi che ci parlano dal Web vogliono che l’acqua dei laghi e dei fiumi che finisce nei loro rubinetti non sia inquinata, vogliono che i sindaci delle loro città  abbiano il coraggio di farci il bagno e berla», ha detto il nuovo timoniere. Nel 2020 il 40 per cento dei cinesi saranno classe media e forse non si accontenteranno più di parlare sui blog: questo Xi lo ha capito evidentemente.
Come vicepresidente è stato eletto con 2.839 sì e 80 no Li Yuanchao, un riformista che nel 1989 aveva espresso comprensione per gli studenti della Tienanmen. La sua nomina a vice capo dello Stato (ruolo solo cerimoniale) oggi sembra un segnale di Xi ai liberali. Ma Xi ha anche visitato decine di basi dell’esercito e arringando gli ufficiali ha detto che «forze armate assolutamente leali al partito sono essenziali». I militari sembrano dalla sua parte: «L’esercito ha piena fiducia nel presidente», dice al Corriere il generale Yang Jianhua, uno dei 268 deputati in uniforme del Congresso.
Pechino ha incoronato un Grande Comunicatore? «Xi sa parlare come un contadino perché anche lui fu mandato a lavorare nei campi e sa che alla gente che usa la vanga non piacciono discorsi formali, riassumono le loro esigenze con poche parole», spiega la professoressa Zhang Zheng, preside della facoltà  di giornalismo all’università  Renmin di Pechino. E la sua frase più efficace? «Chiudere il potere nella gabbia del regime», ci ha detto l’onorevole Zhu Jin, deputato del Gansu. Potere e regime. Secondo Xi Jinping vanno difesi ad ogni costo.
Guido Santevecchi


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