Il disagio degli Stati Uniti per un processo scomodo

ROMA — Sono considerati una grana sia dal governo italiano sia dall’Amministrazione di Barack Obama i procedimenti giudiziari italiani contro agenti della Cia per il rapimento dell’imam Abu Omar. Per ragioni diverse, e senza che ciò possa essere sbandierato, di fatto è così. La brutta storia dell’egiziano catturato a Milano nel 2003, e poi portato da americani in Germania e in Egitto, Paese nel quale il sequestrato ha raccontato di essere stato torturato, determina una comune condizione tra le autorità  politiche a Washington e a Roma. Ognuna farebbe volentieri a meno di dover rincorrere le periodiche novità  lungo i tornanti degli sviluppi giudiziari del caso.
L’Amministrazione Obama è tenuta a rassicurare il personale della Cia sulla sua capacità  di dare copertura agli agenti segreti per le operazioni compiute in Paesi alleati. Allo stesso tempo, il democratico uscito vincente la prima volta nel 2008 dalle elezioni presidenziali degli Stati Uniti è pur sempre quello che scelse di piantarla con le extraordinary rendition, le catture e deportazioni di sospetti terroristi delle quali George W. Bush quasi si vantava di possedere il marchio di fabbrica. In Italia è risaputo quanto la politica vada poco d’accordo con la magistratura, e quanto relativi possano risultare oggi gli effetti di tentativi di condizionare un processo da parte di un governo. Sul rapimento in questione, nel corso del tempo, da Palazzo Chigi Silvio Berlusconi e Romano Prodi hanno posto o confermato il segreto di Stato, mantenuto da Mario Monti.
L’Ambasciata statunitense a Roma, ieri, non è ricorsa a comunicati o a commenti formali dopo che la Corte di Appello di Milano ha condannato a sette anni di carcere Jeff Castelli, l’ex capo della Central intelligence agency nel nostro Paese, e a sei anni gli agenti Betnie Medero e Ralph Russomando, in primo grado tutti prosciolti in virtù dell’immunità  diplomatica. Non è detto che il silenzio duri in eterno, né che dagli Stati Uniti non si dia voce a un immaginabile fastidio. Ai terminali in Italia dell’Amministrazione Obama, tuttavia, difficilmente può essere sfuggito che almeno fino a ieri non c’è stato nella campagna elettorale alcuno scontro tra Pdl, Pd, Udc e Scelta civica di Monti sul sequestro del musulmano Osama Mustafa Hassan Nar, detto Abu Omar, sospettato nel 2003 di terrorismo. Questa rara enclave di quiete «multipartisan» ha retto mentre le forze della maggioranza di governo uscente si addebitano l’un l’altra la responsabilità  di misure fiscali o di altra natura approvate in Parlamento da tutti.
Quanto i governi italiani trattino con attenzione gli agenti della Cia giudicati colpevoli di reati dalla magistratura si è visto sui 23 condannati definitivamente in un processo su Abu Omar dalla Corte di Cassazione. Nel settembre scorso, da Washington il Dipartimento di Stato avvisò: «Non ci sono precedenti di un Paese alleato che chiede l’estradizione di nostri agenti al fine di imprigionarli». I ministri della Giustizia precedenti non si erano affrettati per chiederle. In dicembre Paola Severino, Guardasigilli nel governo di Monti, ha firmato soltanto una delle 23 richieste della Procura milanese, quella contro l’ex capo della stazione della Cia a Milano Robert Seldon Lady, condannato a sei anni di reclusione. Nel richiamarsi a un decreto ministeriale del 2000 e ad altre disposizioni, il ministro ha evitato di firmare le altre 22 perché per le pene inferiori ai quattro anni sono possibili anche forme «alternative» al carcere. Il «sì» al (teorico) rientro di Lady in Italia è stato un «no» al rientro e alla galera per gli altri.


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