15 miliardi al gioco della povertà 

Mentre i francesi «appena» 9 miliardi e 408 milioni, 3 miliardi gli inglesi, e «solo» 2 miliardi e 354 milioni gli spagnoli. Lo studio mostra la correlazione stretta che tra la crescente diffusione del gioco su internet e l’aumento della povertà  e dell’abbandono scolastico. Ultimo dato: la bassissima tassazione delle vincite: su tutta l’enorme massa di danaro il fisco incassa dalle puntate online solo lo 0,6%.
Ma sono solo la povertà  e l’ignoranza, l’esclusione sociale, che confinano i singoli a rintanarsi dietro agli schermi dei video giochi nei bar di periferia, o nella solitudine dei computer a casa, la spiegazione di tutto questo? Sarà  soltanto il cercare una vincita economica, a fronte della disoccupazione e del lavoro precario, il motore che spinge milioni di italiani a questa vera e propria dipendenza patologica?
Roger Caillois, nel suo saggio Il gioco e gli uomini, sostiene che lo spirito di gioco è essenziale alla cultura, e dunque il gioco può essere utilizzato per leggere l’evoluzione di una civiltà , analizzando quali tipologie ludiche sono «centrali», e quali «periferiche», rispetto agli usi correnti. A questo proposito, confortato anche da Johan Huizinga nel suo Homo Lundens, ritiene che nell’evoluzione dei «giochi prevalenti», si possa vedere il progredire della civiltà , anzi la nascita stessa della civiltà , nella misura in cui questa consiste nel trasmutare della comunità  umana dal sottostare ai capricci di un cosmo caotico ed imprevedibile, legato ai giochi che producono visioni estatiche, l’altalena ad esempio, ad un universo governabile, che poggia su un sistema di diritti e doveri regolati dall’interno del consesso sociale.
Qui, come giochi prevalenti, troviamo invece quelli legati all’Agon, competitivi e, per compensazione, i giochi di Alea, parola latina che indica il gioco dei dadi, la Sorte: entità  impersonale ed imperscrutabile, dispensatrice di favori o torti senza che entri nel gioco nessuna caratteristica personale del giocatore, né di ordine morale, né abilità  di alcun tipo. Evidentemente stiamo parlando dell’esatto opposto dell’Agon. Nell’Alea per così dire “pura”, la sfida è allora quella di vincere, non contro un avversario, ma contro il Destino, chiamato a guardare con favore il giocatore proprio perché egli si mette totalmente nelle sue mani. Una sfida alla realtà  competitiva che esclude, per essere presi per mano almeno dalla Dea bendata.


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