Un doblone di platino per salvare Washington dall’incubo insolvenza

Barack Obama, come riferiamo qui sopra, non è disposto a negoziare su quello che considera un atto dovuto. Ma se i conservatori tengono duro, che fare?
L’idea più stravagante ma anche più suggestiva — e quindi subito al centro di discussioni accalorate — è quella di usare il metallo più prezioso per aggirare il veto ideologico dei repubblicani: pagare i debiti della pubblica amministrazione sfruttando un varco nella legislazione Usa che regola (attribuendola alla Federal Reserve) l’emissione di banconote e monete d’oro, argento e anche rame, ma lascia al Tesoro la possibilità  di coniare monete di platino.
Sarebbe un colpo di mano, visto che la norma sul platino è stata concepita per consentire al Tesoro di coniare monete commemorative a beneficio dei collezionisti, ma chi fa questa proposta — parlamentari di sinistra come il deputato di New York, Jerrold Nadler, e alcuni commentatori finanziari desiderosi di stupire — sostiene che ogni forzatura è lecita quando si tratta di impedire che l’America precipiti nell’insolvenza.
L’idea è, a suo modo, affascinante: usare il platino per pagare le spese di un governo progressista nel Paese in cui alcune comunità  conservatrici — ad esempio nello Utah — hanno reintrodotto monete d’oro e d’argento come gesto di sfiducia nei confronti dei dollari di Washington. Il Paese del radicale liberista Ron Paul che combatte da anni una crociata per il ripristino della parità  dollaro-oro: un improponibile ritorno al passato con uno strumento che, nei piani di Paul, dovrebbe limitare la capacità  di spesa di governo e Parlamento, togliendo alla Federal Reserve il potere di stampare denaro.
Il partito del platino, invece, non ha in mente alcuna parità : il preziosissimo metallo servirebbe solo come «escamotage» per continuare a spendere e a pagare i conti senza stampare dollari e senza contrarre nuovi debiti, almeno formalmente. In sostanza la Zecca, autorizzata dal Tesoro, dovrebbe stampare una o più monete alle quali verrebbe attribuito il valore di qualche centinaio di miliardi di dollari o addirittura di un trilione. Le monete verrebbero depositate presso la Fed che, a fronte del valore ricevuto, effettuerebbe i pagamenti necessari.
Legale ma improponibile, sostengono molti analisti intervenuti nel dibattito, dai commentatori di Bloomberg News a quelli dell‘Economist. Del resto anche i proponenti ammettono che monetizzare una quota del deficit pubblico istituendo una sorta di controllo presidenziale della moneta sarebbe una manovra da brividi per la forzatura della legge e per i rischi inflazionistici.
Ma su interventi «border line» come questo stanno ragionando anche esperti come Joe Gagnon del Peterson Institute e Jim Pethokoukis dell’American Enterprise Institute con l’idea che la priorità  è quella di evitare l’insolvenza. Per non creare inflazione, sostiene qualcuno, il Tesoro potrebbe impegnarsi a emettere titoli in misura sufficiente a riacquistare tutte le monete di platino.
E il presidente, immaginano i più spregiudicati, potrebbe barattare la rinuncia ad usare l’arma del platino in cambio di una rinuncia del Congresso a brandire il tetto del debito come arma di ricatto nei confronti del governo. Col platino il governo creerebbe nuova capacità  di spesa, certo, ma non nuova autorità  di spesa: le decisioni in questo campo sono sempre del Congresso, che ora rischia di impedire al Tesoro di saldare i suoi conti. È questa causa di forza maggiore, per i proponenti, che giustificherebbe la forzatura legislativa.
Massimo Gaggi


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