Tensioni nel partito sugli esclusi Si apre il caso Psi

ROMA — Raccontano di un memorabile scontro martedì durante la segreteria della Cisl, sul nome di Giorgio Santini. Bersani, all’ultimo minuto, è riuscito a strappare a Monti l’ormai ex segretario generale aggiunto del sindacato di area cattolica, che per giorni era stato dato in corsa con i centristi. E Raffaele Bonanni, che molto si era speso per farlo mettere in posizione sicura nelle liste centriste, quando lo ha saputo è andato su tutte le furie.
È il momento delle liti, dei malumori, delle recriminazioni. Chi è dentro festeggia e chi è fuori protesta. Bersani è contento di aver fatto «liste vincenti», ma in Puglia, Sardegna e Calabria non si spegne l’eco delle polemiche contro i «paracadutati» da Roma. I socialisti di Riccardo Nencini sono delusi. Avevano siglato un patto con Bersani per dieci posti alla Camera e, avendone ottenuti tre, si sentono traditi. Il leader del Psi riunisce la segreteria e minaccia di rompere: se Bersani non riconoscerà  al piccolo partito un’adeguata rappresentanza territoriale, «ognuno per conto proprio». Nencini ha già  depositato il simbolo per Camera e Senato, convinto che senza di lui Bersani rischi di perdere in Campania, Calabria, Veneto e Lombardia. Ma il numero due del Pd, Enrico Letta, garantisce che gli accordi «sono stati rispettati».
Matteo Renzi non ha niente da recriminare, anche se non è riuscito ad accontentare le legittime aspettative di Roberto Reggi e Lino Paganelli, che molto si sono esposti per lui durante le primarie. Reggi denuncia un «disegno punitivo» e dice che il Pd ha colpito lui «per educarne cento». Bersani smentisce che sia stata «una vendetta» e ricorda come tutte le candidature siano stato «discusse con Renzi». È il momento dell’amarezza anche per Paganelli, già  capo dell’organizzazione delle feste di partito: è stato fermato da Bersani in persona, che non gli ha mai perdonato lo strappo in favore di Renzi.
Il segretario, che ai suoi chiede soprattutto «lealtà », è stato spietato con chi ha guardato altrove. Ha lasciato fuori tutti i montiani, a cominciare da Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo. I quali ieri, dopo aver trattato invano con Monti, hanno ufficializzato l’addio dal Parlamento: «Silenziata l’area liberal». Gli eletti democratici saranno circa 400, 300 dei quali scelti con le primarie. L’età  media è di 46 anni, il ricambio non è mai stato così alto. Come aveva annunciato, Bersani non ha candidato neanche un ministro di Monti: l’unico esponente del governo in lista è il sottosegretario al Welfare Maria Cecilia Guerra, 8.557 voti alle primarie di Modena. I consiglieri provinciali di Sassari sono in rivolta, la Calabria protesta e anche in Puglia è scontro. La senatrice uscente Colomba Mongiello fa ricorso perché in graduatoria è stata messa dopo Alberto Losacco e Ivan Scalfarotto, che ritiene «paracadutati» dalla segreteria nazionale. «La mia candidatura, come quella di Latorre al Senato — si difende Losacco — è stata proposta al Pd pugliese dal segretario regionale Sergio Blasi». Il piano per farcela anche nelle regioni più difficili è pronto. Letta capolista in Campania 2, Bersani in Lombardia e Sicilia, Zoggia e Baretta in Veneto. Alla Camera sono a rischio Sandro Gozi, Stefano Graziano, Margherita Miotto, Giovanni Lolli, Carlo Trappolino. E Giorgio Gori, lo spin doctor di Renzi, sarà  senatore solo se scatta il premio di maggioranza. Ma sia chiaro, avverte Bersani, che in Parlamento si va solo dopo il vaglio della commissione di garanzia: «Se emergeranno cose dissonanti» quanto a moralità  pubblica, scatta la cancellazione dalle liste.


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