MPS. Così si è svuotata la cassaforte, in 6 anni bruciati 15 miliardi

Gianfranco Antognoli, viareggino, ha sempre lavorato nel gruppo, è stato vice direttore generale
di Banca Toscana dal 2002 al 2006 e infine direttore generale di Mps leasing e factoring dal 2006 al 2010 quando è andato in pensione. E’ uno dei tanti, soci, ex manager, blogger, che soffrono quando tirano somme tutte in rosso su Rocca Salimbeni. «Un disastro» dice. E come lui Paolo Barrai, blogger fondatore di «Mercato libero», intervenuto all’assemblea di venerdì, tra i primi a mettere all’indice l’affare Antonveneta e impietoso nell’elencare online le tante «svendite di gioielli » Mps che «l’affare» ha imposto a partire dall’anno dopo.
I conti di Antognoli sulla «distruzione di valore» sono presto fatti. Al 31 dicembre 2005 la capitalizzazione a valore di mercato del gruppo Mps risultava pari a dodici miliardi di euro. Ma negli anni successivi, e in due diverse occasioni, i soci sono chiamati ad iniettare in Mps risorse attraverso aumenti di capitale per un totale di otto miliardi. Succede in occasione dell’acquisizione di Antonveneta, pagata nove miliardi e che agli azionisti costa un aumento di capitale da 5,8 miliardi e poi, di nuovo, nel 2011, con la «trasfusione » da 2,1 miliardi resa necessaria per rispettare i vincoli di solidità  patrimoniale. E siamo così, in totale, a venti miliardi di euro, che è il risultato di quanto il patrimonio azionario valeva all’inizio del periodo più le somme aggiunte dai soci.
Ma a fine 2011 la capitalizzazione di Borsa si è assottigliata ad appena 2,7 miliardi e quindi, considerando che tra il 2006 e il 2011 Mps ha staccato dividendi pari a 1,8 miliardi di euro, la perdita di valore per gli azionisti si attesta nel periodo a 15,4 miliardi.
L’analisi dell’andamento del titolo — nella ricostruzione di Antognoli — mostra come il picco più alto (tra 4,61 e 4,65 euro ad azione) sia raggiunto nel 2007 tra la sottoscrizione della joint-venture con Axa sull’attività  di bancassurance per 1,1 miliardi e l’acquisizione da parte di Mps del 55% di Biverbanca per 400 milioni. Subito dopo comincia l’irrefrenabile discesa. Che parte con l’acquisto di Banca Antonveneta, tra il novembre 2007 e il
maggio 2008, prosegue poi a precipizio mentre la Banca realizza — secondo il blogger Barrai — la «svendita dei gioielli» per far fronte al gorgo Antonveneta.
Barrai cita, tra i pessimi affari, quello relativo al ramo assicurativo di Quadrifoglio Vita: nel 2008 Mps compra il 50% a 92,5 milioni per rivenderne poi il 100% ad Axa a 142 milioni. E poi la cessione del 67% dell’Asset Management al Fondo Clessidra «per soli 360 milioni», del 75% della Tenuta di Marinella per 65 milioni, della Tenuta di Fontanafredda per 90 milioni a Fondazione (36%), Oscar Farinetti e Luca Baffigo Filangieri (32% ciascuno), del 13% di Finsoe per 234 milioni, di Palazzo Portinari Salviati per 44 milioni a Sansedoni, di Valorizzazioni Immobiliari per 100 milioni metà  a Lehman Brothers e metà  a Sansedoni, del 30% per 30 milioni di Mps Gestione Crediti Banca a Lehman e Caf, del romano Palazzo Normanni e di 150 sportelli posticipata al 2009. E’ un lungo elenco. Che non finisce qui. Operazioni spesso a prezzi «non interessanti» — glossa Barrai — che per Mps comportano, a seconda dei casi, «minori incassi e minori commissioni future». Antognoli è lapidario: «La distruzione di valore è colpa di scelte fatte in solitudine dal presidente Mussari e avallate dal cda — sostiene — ma è mancato un adeguato controllo del socio principale, la Fondazione — Il piano Profumo-Viola è crudo ma realistico. La Banca deve tornare a concentrarsi solo sul credito alle imprese e alle famiglie. Il Paese non può farne e meno».


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