Morsi decreta lo stato di emergenza in tre città 

A Port Said ancora ieri ci sono state sette nuove vittime durante i funerali per i 31 morti del giorno prima, uccisi a loro volta durante le proteste per la condanna a morte di una ventina di ultrà  per un massacro allo stadio nel 2012.
Gli scontri, iniziati giovedì scorso per il secondo anniversario della rivoluzione, hanno riguardato varie città  ma è sul Canale che sono continuati aggravandosi. In questa area, agli oppositori politici si sono aggiunti gli ultrà  del calcio, contrastati a loro volta dalla polizia e da «sgherri» armati in borghese, rendendo sempre più ingestibile e incerta la situazione: la responsabilità  per le decine di morti resta infatti ancora da appurare. L’esercito, rimasto in disparte finora come negli ultimi mesi, già  sabato si era in realtà  schierato a Port Said e a Suez, dove l’emergenza non era rientrata. Adesso, grazie allo stato di emergenza, i militari dovrebbero assumere maggiori poteri, tra cui quello di arrestare senza motivo chiunque sia ritenuto sospetto. La decisione del presidente ha suscitato nuove proteste nelle tre città  ma al Cairo ha ricevuto il benestare del Consiglio di salvezza nazionale, la coalizione che raggruppa i maggiori leader d’opposizione, da Mohammad ElBaradei a Hamdeen Sabahi.
«Ovviamente pensiamo che il presidente non colga il vero problema, ovvero le sue stesse politiche — ha detto il portavoce del Csn, Khaled Dawud —. Ma imporre le leggi d’emergenza è stato un passo giusto visti la criminalità  e il teppismo imperanti al momento». L’invito ribadito sempre ieri notte da Morsi ai leader del Fns per incontrarsi già  oggi al Cairo non è stato tuttavia ancora accettato. «Vogliamo conoscere maggiori dettagli», ha spiegato Dawud.


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