A destra verso il nuovo governo

GERUSALEMME. La politica è fatta di cose concrete e fanno sorridere gli analisti, non solo israeliani, che si sono affannati dopo il voto 22 gennaio a raccontare il «pareggio» alla Knesset tra un (presunto) blocco di centrosinistra e quello nazionalista – 60 a 60 – dopo il successo ottenuto dal «centrista» Yair Lapid con il suo “Yesh Atid” (19 seggi) e la vittoria di Pirro conseguita dal listone Likud-Beitenu guidato dal premier Netanyahu. Lapid, affermando subito che non farà  mai parte di uno schieramento con la palestinese Hanin Zoubi (la deputata del partito arabo Tajammo da tre anni sotto pressione per aver partecipato alla Freedom Flotilla per Gaza), ha meso in chiaro che in Israele non esiste un centrosinistra. Il campo nazionalista in realtà  include anche i centristi e le sua instabilità  è dovuta solo alle rivalità  tra i leader di tanti, troppi partiti.
Lapid, figlio dello scomparso Tommy Lapid, politico noto per un forte orientamento antiarabo, ha già  fatto sapere che è pronto ad entrare nella coalizione che proverà  a formare Netanyahu. Coalizione di cui potrebbe far parte Naftali Bennett – che ieri ha ricevuto una telefonata da Netanyahu -, leader dei nazionalisti religiosi di Habayit HaYehudi (i voti degli israeliani all’estero hanno regalato a questo partito un 12esimo seggio) schierato contro lo Stato palestinese e l’evacuazione anche di una sola colonia ebraica. Uno schieramento che già  mette insieme 62 deputati sui 120 della Knesset e che con l’aggiunta di un quarto partito, magari proprio uno di quelli religiosi ortodossi tanto dileggiati da Lapid, darebbe a Netanyahu il via libera per la formazione del nuovo governo, del quale il primo ministro ha illustrato, appena chiuse le urne, il primo punto del programma: “soluzione” della questione del nucleare iraniano.
Il secondo punto lo ha annunciato ieri il ministro degli esteri Avigdor Lieberman. In continuità  con quello in carica, il prossimo governo israeliano non congelerà  le costruzioni negli insediamenti colonici nei Territori palestinesi occupati. All’avvertimento lanciato due giorni fa dal ministro palestinese Riad al Malki: «Se Israele non abbandonerà  l’intenzione di costruire case per coloni nel corridoio E1 (a Est di Gerusalemme, ndr), lo Stato di Palestina presenterà  denuncia di fronte alla Corte Penale Internazionale dell’Aja», il ministro degli esteri israeliano ha replicato «Non accetteremo nessun diktat sulla questione del congelamento. Non vi sarà  un congelamento, non a Gerusalemme, non in Giudea o Samaria (la Cisgiordania, ndr)». Il congelamento delle costruzioni negli insediamenti colonici è considerato dai palestinesi essenziale per la ripresa dei negoziati, ma Israele respinge questa richiesta e afferma di voler riprendere i negoziati senza precondizioni, ossia continuando a costruire liberamente nei territori del futuro Stato di Palestina. Ieri la polizia israeliana ha anche fermato per diverse ore a Gerusalemme il ministro palestinese dei lavori pubblici Ziyad Abu Ain e il vice ministro dell’informazione Mahmoud Khalideh.
A questa politica del pugno di ferro che non è destinata a cambiare con il nuovo governo Netanyahu, il presidente dell’Autorità  nazionale palestinese Abu Mazen intende rispondere invitando in Cisgiordania una serie di esponenti politici israeliani, con i quali discutere dei nodi del conflitto e delle possibili soluzioni. «Inviteremo i leader dei partiti israeliani, specie quelli più nuovi, per discutere di accordi futuri», ha annunciato ieri Yasser Abed Rabbo, un consigliere del presidente. Gli inviti dovrebbero partire in tempi stretti, prima della formazione del nuovo governo israeliano. Abu Mazen sarebbe rimasto impressionato dall’invito lanciato da Yair Lapid ad un dialogo più «serio» con i palestinesi. Non tiene in considerazione però che Lapid ha dedicato al conflitto in Medio Oriente una percentuale irrisoria della sua campagna elettorale, tutta dedicata ai temi sociali, al sostegno alla classe media israeliana rovinata dal carovita e a puntare l’indice contro l’assistenza ai religiosi ultraortodossi. Il presidente palestinese evidentemente attribuisce visioni più centriste di quelle reali ai nuovi leader politici israeliani che in politica estera non hanno visioni tanto diverse da quelle di Netanyahu.


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