2 febbraio: vi aspettiamo a Roma

Dopo tre anni passati a inculcare negli italiani la centralità  del debito pubblico, la sacralità  dello spread e la bontà  necessaria delle politiche di austerity, ecco tutti coloro che si candidano a governare immersi di nuovo nel gioco topografico del «chi si allea con tizio, giammai con caio», rigorosamente esibito all’interno del binomio palazzo/talk show.
Quasi certo l’esito di questo gioco: chiunque ne uscirà  vincitore, dopo l’usuale annuncio di voler governare per il bene del Paese, dirà  che il problema del debito pubblico è centrale, che sarà  necessaria una manovra aggiuntiva per tenere sotto controllo lo spread e che l’approfondimento delle politiche di rigore servono alla credibilità  del paese in Europa.
E ripartirà  il mantra dei soldi «che non ci sono» da ripetere ossessivamente per bloccare ogni rivendicazione o vertenza aperta nel Paese.
Ma la crisi e le sue vie d’uscita sono davvero quelle che ci raccontano? E’ vero che i soldi non ci sono o il mantra serve solo ad inculcare che i sacrifici sono necessari e che, se anche non crediamo più che «privato è bello», come il referendum sull’acqua ha ampiamente dimostrato, divenga chiaro a tutti che «privato è obbligatorio e ineluttabile»?
E’ questo il nodo centrale che i movimenti devono assumere come elemento sostanziale per un’altra uscita dalla crisi e per la costruzione di un nuovo modello sociale, che parta dalla riappropriazione dei beni comuni, da una produzione ecologicamente e socialmente orientata e da diritti universalmente garantiti.
Occorre risalire la corrente e passare dal conflitto a valle alla riappropriazione delle decisioni a monte: l’aumento esponenziale del debito è colpa dell’italica esagerazione negli stili di vita o è dovuta a scelte politico-economiche dettate unicamente dal garantire ai grandi capitali finanziari asset su cui investire con lauti guadagni? Se il debito è di tutti, abbiamo o meno diritto ad un audit pubblico e partecipato – locale e nazionale – che ne ricostruisca la genesi e ne qualifichi le parti illegittime ed odiose da non pagare? Se i soldi non ci sono, perché i 230 miliardi di risparmio postale consegnato ogni anno a Cassa Depositi e Prestiti non possono essere utilizzati per permettere ai Comuni investimenti a tassi calmierati collettivamente decisi dalle comunità  locali? Perché non vengono destinati a finanziare le politiche di ripubblicizzazione del servizio idrico e dei servizi pubblici locali, in accordo con il voto referendario? Perché non indirizzarli al sostegno di percorsi di autogestione industriale da parte delle comunità  di lavoratori in lotta nelle aziende, chiuse da chi preferisce l’investimento sui mercati finanziari?
A queste e a molte altre domande cercheremo collettivamente di rispondere sabato 2 febbraio a Roma, ore 11-17, presso il Teatro Valle Occupato.
Il comitato per una nuova finanza pubblica – che anima questa rubrica sul giornale – lo farà  con il movimento per l’acqua, con i movimenti per i beni comuni, con i coordinamenti per la casa e per la sanità , con i comitati territoriali per l’audit, con i sindacati, con le reti e le esperienze di altra economia. E con tutte le donne e gli uomini di questo Paese che hanno capito di come si tratti semplicemente di riappropriarsi della democrazia.
 (*Attac Italia)
www.perunanuovafinanzapubblica.it


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