Se il Qatar dà  l’ergastolo ai Poeti Ribelli

Ma quando, un anno fa, il poeta trentaseienne qatariota Muhammad Ibn al-Dheeb al Ajami ha descritto in versi la rivoluzione tunisina come un esempio per tutti gli arabi «di fronte alla repressione delle élite», è stato arrestato. Dopo un anno in carcere, l’altro ieri, Ajami è stato condannato all’ergastolo per «incitamento alla sovversione del governo» e «offesa all’emiro», in un processo a porte chiuse, in cui la difesa non ha potuto argomentare. Rischiava la pena di morte.
Le associazioni dei diritti umani sono insorte contro l’emiro Hamad bin Khalifa al Thani, con accuse di «doppio standard» e di ipocrisia. Il suo staterello a forma di pollice grande quando l’Abruzzo si è comprato prestigio e influenza sulla scena internazionale, con acquisti che vanno da Valentino a Harrods, dai Giocatori di carte di Cézanne ai Mondiali del 2022, con aiuti umanitari ai palestinesi di Gaza, alle banlieue francesi e all’istruzione nel mondo al fianco dell’Unesco. Ma intanto la libertà  di espressione resta limitata nell’emirato, non esistono partiti d’opposizione né una società  civile. L’anno scorso ai qatarioti (una minoranza nel loro stesso Paese popolato da immigrati) sono stati aumentati gli stipendi, del 60% per gli impieghi governativi e del 120% per i militari, un incentivo a pazientare fino al 2013 per le prime elezioni legislative. Ma voci come il poeta Ajami e un gruppetto di «qatarioti pro-riforme» autori di un recente libro critico dell’autorità  assoluta dell’emiro mostrano che i soldi non bastano a far dimenticare l’assenza di democrazia.


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