Una morte «cattolica»

Dopo tre giorni di agonia ha chiesto di nuovo di abortire e le è stato detto che nel feto era ancora presente il battito del cuore. Successivamente la giovane è morta di setticemia. La morte le sarà  sembrata più dolce dei medici che l’avevano in cura. L’aborto avrebbe potuto salvarla e il feto non aveva nessuna possibilità  di sopravvivenza. La cosa avrebbe provocato un’indignazione enorme in tutti se fosse accaduta in un ospedale di Kabul. Il fatto che sia accaduta in Irlanda ci priva di questa via di scarica: crea un effetto perturbante, rivela un nostro aspetto inquietante a cui, pur dichiarandosi contrari, non possiamo dirci estranei. Sacrificare la vita di Savita per salvare la vita del feto che portava nel suo grembo sarebbe stato un arbitrio aberrante; sacrificarla per mantenere vivo per una manciata di giorni un battito cardiaco è insensatezza allo stato puro. Più precisamente fanatismo religioso: una contemporanea eclissi delle emozioni e della ragione, un grado zero dell’umanità . E’ difficile immaginare che i responsabili di una morte così assurda siano persone crudeli o cattivi medici. Più banalmente, nell’esercizio della loro funzione di servitori di un dogma (quando l’ottusità  si sposa con la viltà ) hanno agito come ingranaggi di una forza impersonale (tipica di un’istituzione totale) che ha schiacciato i loro sentimenti ancor prima di uccidere la loro vittima. La legislazione sull’aborto in Irlanda è medievale e una consorteria di medici ha dichiarato due mesi fa «che la proibizione dell’aborto non influenza, in nessun modo, la disponibilità  di cure ottimali per le donne incinte». Questa ideologia che espropria le ragioni della scienza ha alle sue spalle il Vaticano e la gerarchia ecclesiastica. Il loro silenzio è di piombo: immersi come sono nella crociata in difesa della vita come potrebbero spiegare il rito di morte che questa crociata ha fatto nascere? Per i credenti, che vedono nella vita un dono di Dio, è coerente pensare che il feto sia un essere umano fin dal suo concepimento. Questa visione è in sintonia con la sottomissione dell’esperienza reale alle ragioni di una vita dopo la morte. Tuttavia più il sentimento religioso si trasforma in potere politico più la sottomissione diventa un dogma che contraddice la verità  dei sentimenti e del desiderio. Il rischio è una sopravvalutazione strumentale della vita intrauterina basata su una congiunzione ideale tra l’al di qua e l’al di là  della vita veramente vissuta (vista come breve parentesi nel corso dell’esistenza eterna). Qui l’opposizione all’aborto non è più un’estensione al feto del diritto alla vita ma piuttosto l’affermazione di un maggiore valore della vita che trascende l’esperienza terrena. Visto in questa prospettiva inquietante il battito del feto nel grembo di Savita testimonia la superiorità  della vita ultraterrena, che facilmente si può tradurre in scelta per la morte


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