Pussy Riot ai lavori forzati negli ex gulag staliniani

MOSCA — La più vicina è stata spedita a più di 400 chilometri dalla capitale, in Mordovia, ma non è certo quella che si troverà  meglio.
Nadezhda Tolokonnikova, la più giovane delle Pussy Riot, 22 anni e una figlia di quattro, potrebbe anche finire nel campo di lavori forzati dove venne spedita dal Kgb Olga Ivinskaya, la Lara dell’autore del Dottor Zhivago Boris Pasternak. «Eravamo messe in fila sulla terra nuda, con le nostre casacche grigie con il numero sulla schiena… eravamo coperte di mosche», ha scritto nelle sue memorie l’amante del dissidente, premio Nobel per la letteratura. In un campo maschile della Mordovia morì un altro «ribelle», lo scrittore e poeta Yurij Galanskov. Non negli anni Trenta delle grandi purghe, ma nel 1972. Quando la sua ulcera non curata divenne gravissima, lo fecero operare da un altro recluso che non era medico.
Maria Alyokina, l’altra Pussy Riot che a 24 anni ha un figlio di 5 anni, sembra sia finita nella regione di Perm, ai piedi degli Urali. Altra zona di gulag, di sofferenze indicibili per milioni di cittadini sovietici (il famigerato lager Perm 36 è stato chiuso solo nel 1987). Il ballo e i canti per denunciare i legami delle autorità  religiose con Vladimir Putin stanno costando carissimi alle componenti del gruppo punk di protesta. Una, la trentenne Yekaterina Samutsevich, è stata liberata dopo la condanna a due anni di reclusione. Ha detto che se aveva offeso qualcuno chiedeva scusa. Masha e Nadia invece dovranno scontare l’intero periodo in un campo di lavoro. Non a Mosca, come avevano chiesto per poter rimanere in contatto con i figlioletti. Non nella provincia della capitale, ma lontanissimo, a centinaia di chilometri.
La notizia del trasferimento non è ancora ufficiale, visto che viene dalle guardie carcerarie che l’hanno data ai parenti andati in prigione a portare qualche genere di conforto. Ieri, 48 ore dopo l’inizio del trasferimento, le donne risultavano ancora in viaggio, e chi conosce come vanno le cose assicura che questi spostamenti sono lunghi e faticosi, viste tutte le incombenze burocratiche. Un potere che ha deciso di calcare sempre di più la mano? Sembra di sì, visti anche gli altri avvenimenti di questi giorni. Di fronte all’opposizione che ha organizzato le primarie per dare un segno di vita, scattano nuove misure repressive. Uno dei leader, Sergej Udaltsov, è sotto tiro e sta per essere arrestato. Lo accusano di aver preso soldi da un georgiano «per organizzare disordini di massa» in base a un video girato di nascosto dai servizi che non si sa se sia genuino. Uno dei suoi collaboratori, Leonid Razvozzhayev, si trovava in Ucraina dove voleva chiedere asilo politico. È stato rapito da uomini mascherati. Poi è ricomparso a Mosca dove la Procura dice che ha spontaneamente confessato di aver partecipato al complotto (naturalmente con Udaltsov). Prima di essere portato in carcere, Razvozzhayev ha urlato ai giornalisti: «Mi hanno torturato per due giorni!». Poi però pare che abbia invece detto di non aver subito alcuna violenza, secondo quanto ha riferito il commissario del governo per i diritti umani. E mentre Putin vara un decreto per reintrodurre «l’educazione patriottica» (forse anche con l’ausilio dei cosacchi), i giudici tentano di mettere il sale sulla coda a Madonna, la cantante che nel suo spettacolo a San Pietroburgo si pronunciò a favore delle relazioni libere. È accusata (da nove «danneggiati») di aver fatto propaganda omosessuale davanti a bambini (portati al concerto dai genitori). L’avevano già  convocata nella città  sul Baltico per l’11 ottobre. Ora i giudici ci riprovano per dopodomani.
Fabrizio Dragosei


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