La crudeltà  del possesso che ha sostituito l’amore per Leonardo

Sebbene siano passati ormai diversi giorni, non riesco a liberarmi dall’immagine del bambino di Cittadella sottratto con la forza alla sua realtà  quotidiana. Ricordo, quando avevo più o meno la sua età , di essere passata attraverso una prova simile. Mio padre, creatura evanescente di cui avevo un’idea piuttosto vaga, aveva deciso di portare me e mio fratello a fare un viaggio in Jugoslavia.
Già  da alcuni giorni prima ero preda da una forte agitazione, ma quando mio padre si presentò sulla porta, l’agitazione si trasformò in un vero panico. Non ne volevo sapere di partire con quel signore con il quale non avevo nessuna dimestichezza, di passare una settimana lontana dal mondo che conoscevo e che, in qualche modo, mi rassicurava per essere lanciata in un futuro sconosciuto fatto di squallide pensioni, trattorie e di un’automobile trasformata in una camera a gas, essendo lui un fumatore incallito. Ricordo di aver fatto, quel giorno, una delle scene più apocalittiche della mia vita singhiozzando, buttandomi per terra, attaccandomi con le unghie su qualsiasi cosa potesse offrirmi appiglio. Per un paio d’ore mio padre cercò di domarmi, ripetendomi quasi ossessivamente che mi voleva bene e che avremmo passato giorni bellissimi, ma le sue parole non sortirono nessun effetto e alla fine i nonni, da cui mi trovavo ospite, decisero che era meglio lasciarmi a casa. Anche mio padre accettò, pur dichiarandosi triste per questo e, sgommando con la sua macchina piena di fumo, con mio fratello prigioniero, sparì oltre il confine, lasciandomi esausta ma felice ancora aggrappata allo stipite di una porta.
Mi è dunque perfettamente chiaro lo stato d’animo di Leonardo e degli altri bambini che, in questi anni, ho conosciuto e ho visto strappare al loro mondo per opera dei servizi sociali e dei tribunali. Rapidamente, due storie. La prima: Mario, nome di fantasia, figlio di una ragazza tossicodipendente, con grossi problemi alla nascita, viene dato in affido a una coppia che ha già  altri figli — una bella famiglia aperta e affettuosa — e che lo cresce amorevolmente, superando grandi difficoltà , fino agli otto anni. Un giorno, quando la mamma lo va a prendere a scuola, le maestre la informano che le forze dell’ordine lo hanno prelevato e portato via. I genitori affidatari, disperati, si rivolgono allora al tribunale, ma viene detto loro che non hanno nessun diritto e che la questione non li riguarda più. Qualche settimana dopo ricevono una telefonata da Mario che dice di volersi uccidere. La madre, a cui era stato riaffidato, era perennemente alterata e conviveva con un uomo straniero che lo aveva mandato a mendicare.
Storia numero due: Cristina, nome di fantasia, nasce sieropositiva come la madre, anche lei tossicodipendente, con molti problemi di salute. Viene accolta da una coppia con precedenti esperienze di affido e con altri figli. I primi anni sono molto difficili, la bambina non dorme mai, è agitata, urla, soffre. Piano piano, con molta pazienza e amore, la serenità  torna nella sua vita e sul suo volto; diventa una bambina solare, affettuosa e si negativizza alla sieropositività . I genitori affidatari, non essendo nel frattempo migliorate le condizioni della madre, si dichiarano disponibili a un’eventuale adozione. Un giorno vengono convocati dal Tribunale dei Minori, insieme alla bambina. Si recano sereni, convinti che si tratti di qualche pratica relativa all’adozione, ma appena arrivano, il clima cambia. C’è un’aria strana. Li lasciano a lungo in una stanza, poi compare una signora con dei giocattoli, li esibisce alla bambina, la quale, fiduciosa, la segue in un’altra stanza. Le porte si richiudono rapidamente dietro di lei e quando i genitori cercano di raggiungerla, un poliziotto li ferma. Cosa sta succedendo? chiedono. Risposta: «La bambina è stata adottata da una coppia giovane, da questo momento non vi riguarda più». Alla loro protesta, viene pronunciata una frase emblematica: «La colpa è vostra, sapevate che era solo in affido. Non dovevate affezionarvi». Così Cristina non ha mai più rivisto quelli che per lei, fino a quel giorno, erano i suoi veri genitori.
Perché tanta fretta, perché tanta crudeltà ? Anche un precedente affido della stessa coppia si era concluso con un’adozione, ma, allora, il passaggio da una famiglia all’altra era stato graduale e condiviso — e quindi indolore — e i genitori affidatari erano rimasti nella vita del bambino come degli amatissimi zii. Era così difficile, così irragionevole fare altrettanto? Da questa dolorosa esperienza è nata l’Associazione 21 luglio, giorno in cui Cristina è stata rapita, e si occupa proprio di questi casi di prepotenza «legale» in cui non viene mai contemplato, come punto principale, il benessere presente e futuro di quell’essere umano che è il bambino.
Come è possibile che, in tutti questi casi, non sia apparsa una sola persona a dire: un momento, alt, fermiamoci, cosa stiamo facendo? Come è possibile che, quando è in gioco l’identità  e l’equilibrio futuro di un essere umano, non si riesca a trovare una soluzione che tuteli prima di tutto il minore? È vero, in Italia, la situazione dei padri separati è spesso molto penalizzante e ingiusta, ma il porsi di situazioni così estreme come quelle di questo padre che, per riuscire ad avere il figlio per sé, è disposto a mettere a rischio la sua tranquillità  e il suo equilibrio porta a un’osservazione più ampia su quello che vediamo succedere ogni giorno nelle pagine di cronaca, con l’escalation di omicidi di donne e la grande irrefrenabile crescita dell’infanticidio e del figlicidio; realtà  che mostrano, prima di ogni altra cosa, il disagio evolutivo della nostra società  perché chi elimina la propria discendenza si mette, dal punto di vista biologico, in un vicolo cieco.
Per arrivare a una frattura di questo tipo è evidente che, a monte, c’è un profondo disagio, un analfabetismo affettivo che rende problematici anche i rapporti apparentemente più semplici. Una martellante campagna mediatica che da decenni ormai esalta il narcisismo e l’individualismo sentimentalista ha spazzato via millenni di saggezza comportamentale, lasciando all’essere umano una sola dimensione – quella orizzontale. Dimensione che, prima o poi, si dimostra inevitabilmente claustrofobica. L’uomo infatti per sua natura — a differenza degli altri mammiferi — è un essere sospeso tra due realtà , quello della terra, su cui posa i piedi e da cui trae nutrimento, e quella del cielo, che gli dona l’inquietudine, il dubbio, la capacità  di pensare e sentire in direzioni diverse da quelle indicate dalla pura materia. La dimensione verticale è quella dell’uomo che sa alzare lo sguardo e che, alzandolo, contempla il mistero del tempo; ed è proprio il tempo, con il suo appello costante alla costruzione, che ci permette di immaginare e vivere le nostre vite in un modo diverso da quello grevemente ripetitivo del consumismo. Un sentimento capace di dilatarsi nel tempo ha infatti in sé il germe della crescita, della consapevolezza, ed è proprio questo sentimento che sembra essere scomparso dall’orizzonte della nostra contemporaneità .
L’amore e le relazione affettive sembrano aver perso ormai la loro valenza di reciproca maturazione, trasformandosi, nei migliori dei casi, in terreno di azioni legali, e nei peggiori, in occasioni di sopraffazione fisica e di violenza. Non si sa più cos’è un rapporto, perché l’unico rapporto che si ha con gli altri è quello del possesso. Quel figlio è mio, quella donna è mia e, se non sono in grado di farli miei costruendo una relazione, lo pretendo con gli avvocati, con la polizia, con una pistola, con la lama di un coltello. Miei, miei per sempre.
Che terribile ottusità  si nasconde nel mondo orizzontale, che paurosa povertà . Se tutto è possesso, è chiaro che le realtà  più sottilmente complesse della nostra mente e del nostro cuore facilmente rischiano di sfuggire a questa visione. Non avendo più un tribunale interiore — la nostra coscienza — ricorriamo compulsivamente ai tribunali esteriori, convinti che la loro azione saprà  colmare l’ingiustizia di cui ci sentiamo vittime. Mettiamo le nostre vicende più delicate non in mano a persone che ci conoscono e che ci vogliono bene ma a professionisti che hanno un naturale interesse nel portare avanti le azioni legali. In questo tripudio di posso, voglio, devo, manca proprio quel corollario di persone ragionevoli e amiche che, in un mondo meno asservito ed esasperato dall’infelicità , avrebbero il compito di farci ragionare.
A tutti capitano dei periodi di debolezza, tutti noi corriamo il rischio di fare sbagli ed è compito di chi ci sta intorno e che ci vuole bene quello di farci capire che, per un momento di debolezza, per orgoglio, per paura, per incapacità  di costruire un dialogo, stiamo inclinando la nostra vita in una direzione che non ci porterà  niente di buono. Così avrebbero dovuto dire gli amici e le persone vicine a questo padre esasperato il quale, usando metodi simili, rischia di mettere in gioco per sempre la fiducia e il rapporto con suo figlio. È chiaro che, quando si creano situazioni così estreme e compromesse, alimentate parossisticamente dal muro contro muro, la responsabilità  stanno da entrambi le parti, ma è proprio a queste condizioni che non si dovrebbe mai arrivare, perché l’unico a pagarne il conto sarà  sempre e comunque il bambino.
Personalmente, se a otto anni o dieci anni mi avessero costretto ad andare a vivere con mio padre solo perché era suo diritto, avrei messo in atto strategia di depressione e di rifiuto del cibo capaci di farmi evadere per sempre da una situazione di forzata sofferenza. Per fortuna, mio padre non lo ha mai fatto e forse proprio questo mi ha permesso di avere poi con lui, nell’età  adulta, un rapporto lungo, affettuoso e sereno. L’amore non è un robot né un animale addestrato che ubbidisce ai comandi, non si può imporre con la forza; per esistere, ha bisogno di ascolto, di pazienza e di attesa. È un sentimento che ci chiede di crescere, di cambiare, di modificarci continuamente per riuscire ad entrare in relazione profonda con le persone a cui vogliamo bene. La guarigione da queste situazioni drammatiche dunque non verrà  mai né dai giudici né dagli psicologi o dagli assistenti sociali ma soltanto dal rimettere al centro delle nostra vite un’idea diversa di essere umano, considerato non più come cosa ma come creatura in continua evoluzione sulla via della sapienza del cuore.


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