Chevron vuole gabbare l’Ecuador

Da quando la sentenza è stata emessa Chevron le ha tentate tutte. Il suo primo ricorso è stato respinto dalla Corte d’appello di Lago Agrio, che ha ratificato il giudizio di primo grado «in tutte le sue parti, inclusa la sentenza per risarcimenti morali», ovvero quei 18 miliardi di dollari. Allora, urlando che la decisione del tribunale ecuadoriano è un «chiaro esempio della politicizzazione e corruzione della magistratura dell’Ecuador», Chevron si è rivolta alla magistratura degli Stati uniti. Qui però una corte d’appello di New York ha obiettato che «imputati delusi da un giudizio emesso all’estero» non possono chiedere alla giustizia americana di «delegittimare il sistema legale» di un altro paese.
Il caso Chevron versus la popolazione del distretto di Lago Agrio, nell’amazzonia ecuadoriana, è una battaglia cominciata ormai vent’anni fa, nel 1993, quando circa trentamila abitanti dei villaggi di quella regione amazzonica, sostenuti da alcune organizzazioni ambientaliste, hanno fatto causa contro Texaco al tribunale di New York. L’accusavano di aver scaricato nella foresta 18,5 milioni di galloni di rifiuti oleosi (circa 68 milioni di litri), buttati in centinaia di fosse aperte nella zona di sua concessione, oltre a 16 milioni di galloni (64 milioni di litri) dispersi da pozzi e oleodotti. Texaco aveva cominciato le operazioni in Ecuador negli anni ’60; i pozzi di Sucumbìos erano entrati in produzione nel ’72 e sono rimasti operativi per vent’anni prima che Texaco li cedesse alla compagnia nazionale Petroecuador; in quel periodo ne ha estratto un miliardo e mezzo di barili di greggio. Il tribunale di New York allora sentenziò che l’azione legale non era ricevibile negli Usa perché la sua «sede naturale» era l’Ecuador, dove si erano svolti i fatti denunciati, e aveva aggiunto che la compagnia americana sarebbe poi stata tenuta a rispettare la sentenza pronunciata dal tribunale ecuadoriano. E’ passato ancora tempo ma nel 2003, nel tribunale della cittadina di Nueva Loja, Lago Agrio, è finalmente cominciato il processo che ha visto come imputato Chevron (che nel 2001 aveva acquisito Texaco) e come parte lesa gli abitanti della zona contaminata. La compagnia ha dapprima sostenuto di non avere responsabilità  legali, adducendo il fatto che negli anni ’90 Texaco aveva speso 40 milioni di dollari per chiudere duecento pozzi in cui aveva scaricato i reflui (per l’accusa i pozzi erano in realtà  circa 600). Il processo è durato anni, tra perizie e tentativi di delegittimazione. finché nel 2008 il tribunale ha incaricato un perito indipendente di quantificare il danno ambientale, che infine è stato valutato tra 8,3 e 16 miliardi di dollari: 8 miliardi è il costo stimato della bonifica; altrettanti i soldi che Texaco aveva risparmiato non applicando tecnologie e pratiche di gestione ambientale disponibili e che avrebbero evitato il danno.
Respinta dalla Corte Suprema usa, la compagbnia petrolifera promette nuove battaglie legali: si appellerà  stavolta al trattato bilaterale sugli investimenti, che tutela gli investitori in caso di «mancato profitto». lo scopo è tirarla all’infinito e non versare quei risarcimenti. E «le compagnie petrolifere di tutto il mondo stanno a guardare», nota l’agenzia reuter, perché «potrebbe influenzare altri casi di aziende accusate di inquinare».


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