Tra gli uomini in nero che terrorizzano il Sinai “Siamo i nuovi Taliban”

AL ARISH (Sinai) — Sono venuti in pieno giorno sui pick-up Toyota, decine e decine di uomini mascherati armati fino ai denti. Imbracciavano Ak-47 e mitragliatrici, sventolavano la bandiera nera di Al Qaeda. Gli abitanti di Al Abid, terrorizzati, si sono chiusi in casa, i sei poliziotti locali si sono barricati nella piccola stazione della polizia egiziana. Gli “uomini in nero” hanno percorso la Main Street sterrata di questo villaggio a venti chilometri da Al Arish, e se poi ne sono andati senza sparare un colpo. Scomparsi nel nulla, tornando nei loro santuari fra le montagne e villaggi remoti del deserto del Sinai egiziano. «Sembravano gruppi paramilitari, ben addestrati, non i teppisti normali che vediamo qui per strada», racconta uno dei negozianti, che come altri residenti ha avuto paura di testimoniare per timore di ritorsioni. E’ stata una dimostrazione di forza, una sfida di “Takfir wil-Hijira”, e dei suoi seguaci “takfiri”, i miliziani salafiti più oltranzisti, violenti e meglio armati fra le migliaia che ormai popolano questa penisola, i Taliba del Sinai non sembrano per nulla intimoriti dall’operazione “Aquila” ordinata dal presidente islamista dell’Egitto Mohammed Morsi.
La più grande operazione militare nel Sinai dal 1973, come hanno scritto i giornali egiziani, non sembra aver minimamente scalfito il controllo militare che i gruppi integralisti hanno preso sul terreno: “Jihad islamica”, “Esercito dell’Islam”, “Ansar al-Jihad”, “Al-Salafiya Al-Jihadiya in Sinai”, possono contare su qualche migliaio di sostenitori e i ranghi dei salafiti sono ancora più fitti, quattrocinquemila miliziani. Al Arish, il capoluogo del governatorato del Nord del Sinai, oltre che base importante di Hamas e di altre organizzazioni jihadiste è e resta una roccaforte del crimine organizzato arabo e internazionale così come Rafah la città  egiziana sul confine con Gaza. Qui si fondono una miscela tossica di contrabbando, armi e traffico di esseri umani con l’ideologia “takfiri” di Al Qaeda, che definisce tutti i musulmani che non seguono l’interpretazione salafita dell’Islam come “kafir”, infedeli. E costituiscono una seria minaccia non solo per Israele, ma, forse ancora più importante, per l’Egitto, la sofisticazione degli attacchi di frontiera ha finalmente fatto suonare al Cairo un campanello d’allarme per la minaccia militante nel Sinai che intanto ha già  affondato l’industria del turismo, che da qui traeva il 70% dei suoi introiti.
Terra arida il Sinai, fatta di aspre montagne e strade nel deserto punteggiate da borghi e villaggi. E’ stata a lungo trascurata dal governo, con investimenti diretti a poche città  turistiche a lungo il Mar Rosso. Il suo territorio settentrionale, che confina con il Mediterraneo, Israele e la Striscia di Gaza, rimasto in gran parte desolato, nutrendosi principalmente di contrabbando. Quattordici fra clan e tribù si muovono tra queste dune sulle rotte carovaniere che ora percorrono a bordo di jeep e sui camion. Portano droga, clandestini, terroristi e armi, sono i signori del contrabbando di ogni merce. Il Sinai egiziano è terra di nessuno, da due settimane non c’è giorno senza uno scontro a fuoco fra esercito e trafficanti, come quello di ieri alle porte di Sharm-el-Sheikh, il santuario delle vacanze sul Mar Rosso. I beduini non si muovono più in piccoli gruppi ma in bande ben organizzate, alcune hanno ricevuto aiuto e sostegno da Gaza — con cui hanno intensi rapporti per il contrabbando con le centinaia di tunnel sotto il confine della Striscia — altre hanno legami diretti con gruppi della Jihad globale.
L’alto livello dell’attacco all’inizio di questo mese, con sedici soldati egiziani caduti in una sparatoria durata ore, ha rivelato capacità  operative di questi gruppi. Di questa “Legione jihadista” fanno parte migliaia di egiziani e di stranieri. Una presenza che si è gonfiata grazie all’evasione in massa di estremisti e mujaheddin dalle prigioni
durante la rivolta contro Mubarak. Altre decine, e fra questi 4 dei terroristi islamici uccisi lo scorso 5 agosto, erano invece usciti da poco dalle galere egiziane, graziati dal presidente Mohammed Morsi in occasione del Ramadan.
Nel cuore di queste dune di sabbia svetta con i suoi più di duemila metri lo Jabal Musa, il monte di Mosè in lingua araba. Una zona impervia e ostile. L’esercito egiziano con la sua operazione Aquila anche questa volta ha deciso di non avventurarsi fin qui. Oltre tremila miliziani jihadisti-contrabbandieri ne hanno fatto il loro santuario. Nel ventre della montagna sono state scavate decine di gallerie, singole e comunicanti, così profonde che nemmeno un bombardamento aereo potrebbe distruggerle. «Lo sa? I beduini chiamano questo posto la Tora Bora del Sinai. I militari sono estremamente riluttanti ad andare lassù», spiega un ufficiale dell’intelligence egiziana nella cittadina di Sheikh Zayed per cercare con capi beduini e leader tribali per un «accordo » di non belligeranza.
E’ un gioco molto pericoloso perché militanti salafiti di Gaza e del Sinai stanno unendo le forze, creando un ambiente maturo per Al Qaeda, che si troverà  per la prima volta proprio sul confine di Israele. Ma allo stesso tempo il virus jihadista potrebbe diffondersi nel nuovo Egitto, guidato da islamici conservatori come il presidente Morsi e la Fratellanza musulmana ma percorso da vene ancor più integraliste che li giudica alla stregua degli «apostati». Già , secondo gli ambienti dell’intelligence, i membri egiziani di Al Qaeda hanno cominciato a tornare dal Pakistan per partecipare alla jihad che si sta allestendo nel Sinai. «E’ un terreno ideale e fertile», dice Hassan Badri, specialista del terrorismo del Centro di studi strategici del Cairo, «potrebbe diventare un nuovo fronte di al Qaeda nel mondo arabo». Per i giovani del Sinai, che non hanno nessuna prospettiva per guadagnarsi da vivere, è stato facile essere trascinati dal
semplice messaggio di Al Qaeda: solo se i musulmani tornano allo stile di vita purista del Profeta Maometto possono sfidare la forza economica e politica dell’Occidente. In ogni villaggio, tre o quattro giovani scompaiono ogni mese per unirsi ai militanti, a volte ispirati dalla propaganda di Al Qaeda su Internet, ma più frequentemente dai predicatori nelle moschee locali.
Le tribù beduine che dominano la zona sono sempre state religiosamente conservatrici e tradizionali. Ma le più severe dottrine islamiche hanno guadagnato influenza. In particolare, il movimento ultraconservatore salafita è cresciuto in maniera più palese nel Sinai, sostenendo un’austera interpretazione letterale dell’Islam, simile a quella dell’Arabia Saudita. Questi gruppi “takfir”, i Taliban del Sinai, vivono isolati. «Hanno lasciato i villaggi, non vedono nessuno, non partecipano nemmeno ai funerali dei parenti», spiega davanti a un tè caldo lo sceicco Ouda Abolmalhous, un anziano tribale nel nord del Sinai. Anche le alleanze tribali per i “takfiri” passano in secondo piano rispetto la loro fedeltà  al gruppo. I loro figli non frequentano le scuole, il cui sistema e gli insegnamenti sono visti come sediziosi, gli uomini non frequentano la preghiera del venerdì nelle moschee, i predicatori sono visti come eretici. Non sostengono né la Fratellanza Musulmana né i salafiti ultraconservatori di Al Nour, la cui partecipazione alla vita politica è anzi vista come blasfema, il califfato e la sharia sono il loro obiettivo.
Il confine con l’Egitto, i duecentoquaranta chilometri di deserto — da Gaza sul Mediterraneo fino a Eilat sul Mar Rosso — sono diventati l’incubo strategico per i generali israeliani. Una frontiera di sabbia vasta e ampia, quasi impossibile da controllare per un esercito. Per questo in gran fretta Israele sta costruendo un Muro — come quello in Cisgiordania — nel tentativo di contenere la doppia minaccia: l’infiltrazione di gruppi terroristi e l’immigrazione clandestina, solo nel 2011 sono entrati in Israele 13.500 clandestini. Anche se questa frontiera viene “sigillata”, Israele non potrà  dormire sonni tranquilli. I Taliban del Sinai sono una minaccia nuova, così come i gruppi filo-Al Qaeda che adesso hanno basi operative alle frontiere di Israele. Ma nemmeno al Cairo si possono dormire sonni tranquilli, la jihad che si sta organizzando nel Sinai è un’aperta sfida anche al nuovo corso egiziano, alla stabilità  di cui il presidente Morsi e la Fratellanza musulmana hanno bisogno per solidificare maggiormente il controllo dello Stato.


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