Hanan Ashrawi: «La mia Palestina non alzerà  mai bandiera bianca»


Per anni gli anni della prima Intifada e dei negoziati di Washington è stata la «voce» internazionale della «causa palestinese». Per anni gli anni della speranza poi naufragata dell’autonomia palestinese ha rappresentato la coscienza critica della leadership di Yasser Arafat. Prima donna a ricoprire l’incarico di portavoce della Lega Araba, più volte ministra dell’Autorità  nazionale palestinese (Anp), paladina dei diritti umani nei Territori ed oggi esponente del Comitato esecutivo dell’Olp: è Hanan Ashrawi. A l’Unità  racconta chi ha ucciso il «sogno di libertà  del mio popolo». Il suo è un lucido, appassionato, dolente j’accuse a una dirigenza israeliana che «ha fatto di tutto per affossare il negoziato e rendere priva di qualsiasi significato concreto la parola “dialogo». La sua è anche una dura requisitoria contro una Comunità  internazionale che «si è arresa senza “combattere” al governo dei falchi al potere in Israele». La sua è anche una dolorosa ammissione di «colpa»: «Avevo sperato dice in Barack Obama. La sua elezione aveva suscitato speranza ed anche entusiasmo nel mondo arabo, e tra noi palestinesi. Pensavamo ad una svolta rispetto alla precedente Amministrazione: quattro anni dopo, le sue sono restate solo parole». Ciò che non viene meno, però, è un bisogno di libertà  che «nessuno potrà  mai cancellare dalle nostre menti. Non alzeremo bandiera bianca. Questa è la nostra terra, la Palestina».
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netayahu, e il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, hanno attaccato pesantemente il presidente dell’Anp, Mahmud Abbas (Abu Mazen) per il suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite».
«La loro furia non mi sorprende, semmai m’indigna. Di fronte ai leader di tutto il mondo, Abu Mazen ha raccontato la verità  delle cose: Israele vuole distruggere la soluzione “due Stati”, svuotando di ogni significato concreto la parola “dialogo”. Alla luce del fallimento del processo di pace e dell’incapacità  della Comunità  internazionale di ritenere Israele responsabile dell’occupazione illegale dei Territori palestinesi e delle innumerevoli violazioni del diritto internazionale e umanitario, i palestinesi insisteranno nel tentativo di essere riconosciuti, in ambito Onu e in ogni organismo internazionale, come Stato. Parlare di pace con l’attuale governo israeliano mi sembra un andare contro natura, significa non voler prendere atto della logica che sottende ogni loro azione».
Di quale logica si tratta?
«Quella militarista, colonizzatrice, impastata di fondamentalismo religioso e nazionalismo. La logica di chi non contempla il compromesso, di chi continua a sfidare le leggi internazionali». Come rispondere?
«Isolandoli. Facendo intendere loro, con i fatti, che il tempo dell’impunità  non può durare all’infinito. Quando parlo di fatti, penso agli accordi economici e militari che molti Paesi, gli Stati Uniti e non solo, hanno con Israele. Penso a pressioni diplomatiche, a manifestazioni di protesta. Il silenzio è complicità  con questi falchi animati da un delirio di onnipotenza».
C’è il rischio che si ritorni ai tempi, tragici, della seconda Intifada, l«Intifada dei kamikaze»?
«Intorno a me vedo crescere di giorno in giorno frustrazione, disincanto. E soprattutto rabbia. Una rabbia che rischia di esplodere, non oggi, forse, ma in un futuro non lontano. Per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto che la militarizzazione dell’Intifada sia stato un grave errore che non dobbiamo ripetere. Tra gli “shahid” e la rassegnazione esiste una terza via».
Quale?
«La vita della rivolta popolare, non violenta, che recuperi lo spirito della prima Intifada, che fu davvero rivolta di popolo che portò la questione palestinese al centro dell’interesse del mondo».
La forza d’Israele non sta anche nella debolezza della dirigenza palestinese? «Come lei sa, non ho mai rinunciato all’esercizio della critica, anche a costo di pagarne prezzi personali. Troppe volte, gli interessi di fazione hanno prevalso su quelli del popolo. Così come non ho mai accettato l’idea per cui il dover fra fronte all’occupazione israeliana giustificasse misure liberticide da parte delle autorità  palestinesi. Di errori ne abbiamo commessi, eccome. Ma ciò non “assolve” Israele. In questa storia, c’è un oppresso e un oppressore, e gli errori del primo non possono giustificare in alcun modo i crimini del secondo».
Tra gli organismi Onu, c’è l’Unesco, che tre mesi fa ha accolto fra i siti «Patrimonio dell’Umanità » la chiesa della Natività  e la via del pellegrinaggio da Gerusalemme a Betlemme. È la prima volta che un sito palestinese viene accolto nella lista. Da palestinese, e da cristiana ortodossa, come valuta questa decisione? «Non solo io, ma l’intero popolo palestinese ha accolto con gioia questa decisione. come un momento di orgoglio nazionale e una conferma dell’unicità  e della ricchezza della propria identità  e del proprio retaggio».
Nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Usa, Barack Obama, ha riproposto l’obiettivo di una pace fondata sul principio «due popoli, due Stati». «L’elezione di Barack Obama, quattro anni fa, aveva suscitato grandi speranze e aspettative nel mondo arabo, tra noi palestinesi. Obama aveva affermato di voler riportare al centro della sua agenda internazionale, la “questione palestinese”. Quattro anni dopo, il minimo che si possa dire è che alle parole, importanti, non sono seguiti i fatti. E in questi quattro anni, Israele ha portato avanti, attraverso l’opera di colonizzazione, quella politica dei fatti compiuti che azzera la prospettiva di uno Stato palestinese che sia ben altra cosa da una sorta di bantustan mediorientale. Uno Stato è una entità  compatta territorialmente, con una piena sovranità  su ogni zolla del proprio territorio. Uno Stato indipendente deve avere pieno controllo dei suoi confini e delle sue risorse idriche. Altrimenti è uno “Stato-farsa”. Una farsa a cui non possiamo partecipare».
Alla luce di queste amare considerazioni, le chiedo: la parola Pace è una parola impronunciabile in Terrasanta?
«No, è una parola che va riempita di contenuti, alla quale legare un’altra parola-chiave, altrettanto importante: Giustizia. Quella che da decenni il mio popolo reclama invano, per la quale continueremo a batterci».


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