Fiat, un piano per accedere alla cassa in deroga

TORINO — Cassa in deroga, prepensionamenti, ammortizzatori sociali. Se l’incontro di sabato tra governo e vertici Fiat andrà  oltre lo scambio di vedute e servirà  ad aprire una trattativa vera e propria sulle ceneri di Fabbrica Italia, la cassa e i prepensionamenti dovrebbero, plausibilmente, essere i temi principali all’ordine del giorno. È evidente che il governo non potrebbe concederli senza ottenere da Marchionne e Elkann un impegno scritto a mantenere aperti i quattro stabilimenti dell’auto in Italia. All’incontro di sabato seguirà  un vertice la prossima settimana tra il ministro del Lavoro Fornero e i sindacati Nell’intervista a Repubblica con cui ha scelto di chiarire la sua posizione, l’amministratore delegato del Lingotto ha detto di non vedere segnali d ripresa del mercato europeo, e italiano in particolare, a tutto il 2014. Questo significa immaginare di avviare gli investimenti tra due anni e la produzione tra tre. Quante fabbriche potranno resistere tre anni in cassa integrazione con le regole attuali? Certamente non ce la farebbe Mirafiori che da un anno e mezzo lavora a singhiozzo e dal febbraio scorso fa funzionare le linee tre giorni al mese. A Pomigliano invece la cassa finisce a luglio 2013 per i 2.200 dipendenti della vecchia Alfa Romeo che non sono stati assunti sulla linea della Nuova Panda. In misura minore ma ormai significativa la cassa integrazione comincia a coinvolgere anche stabilimenti come Cassino e Melfi. Quest’ultimo fino a pochi anni fa sfornava auto a ritmi molto forti. Quando finisce la cassa integrazione l’unica strada per evitare i licenziamenti è la cassa in deroga: lo Stato mette mano al portafoglio e paga quella cassa che secondo le leggi non sarebbe più possibile. L’alternativa potrebbe essere quella di finanziare una gigantesca operazione di prepensionamento. A Mirafiori l’età  media è intorno ai 56 anni. A Pomigliano una soluzione per i 2.200 che non avranno più la cassa da luglio sarebbe quella di assumerli nella newco della Panda e di metterli in cassa straordinaria. Ma il danno di immagine per la Fiat sarebbe forte.
«Un’altra strada che un governo liberale potrebbe percorrere — insinua il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Airaudo — sarebbe quella di verificare se davvero esiste una trattativa condotta da una banca d’affari per cedere l’Alfa ai tedeschi. Che cosa farebbe in quel caso il governo italiano?». Ieri un portavoce della Volkswagen ha chiarito che non esiste alcuna trattativa concreta: «Non è un segreto il fatto che riteniamo Alfa Romeo un marchio interessante, ma si può star sicuri del fatto che con 12 marchi abbiamo già  abbastanza da fare».
In ogni caso la discussione sugli aiuti di Stato alla Fiat sembra destinata a riprendere vigore nei prossimi giorni. Uno studio della Cgia di Mestre diffuso ieri dice che da 1977 a oggi la Fiat ha ottenuto dalla Stato aiuti pari a 7,6 miliardi e ne ha investiti 6,5. Ma si tratta in gran parte di finanziamenti ottenuti entro il 2000. L’agenzia
di rating Fitch ha intanto confermato il rating a lungo termine di Fiat a BB ma con prospettive negative.
Continuano infine a fioccare le polemiche sulle affermazioni di Marchionne. «L’ad di Fiat — dice Susanna Camusso, leader Cgil — è un ingrato e dice cose non vere. Il governo lo costringa sabato a dire la verità ». E Pier Luigi Bersani (Pd) invita la Fiat «a confermare il progetto Fabbrica Italia e a impegnarsi a un patto per sviluppare la ricerca di nuovi prodotti».


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