Ecco il pacchetto svuota-carceri a costo zero

E poi l’introduzione, quando l’imputato sia detenuto, di un inedito meccanismo di stringente e periodico controllo dei tempi del processo al quale lo Stato lo sottopone; più spazio ai magistrati di Sorveglianza nel valutare caso per caso il condannato, fino al potere di applicargli già  in via provvisoria anche l’affidamento in prova ai servizi sociali; e collegamenti in videoconferenza tra il detenuto (dal carcere) e il giudice di sorveglianza (dal Tribunale) per abbattere trasferte, tempi e costi delle procedure che oggi ingolfano e rallentano le decisioni sulle misure alternative.
Sono modifiche che la «Commissione d’indagine sui diritti dei detenuti in relazione alla situazione delle carceri» presenta senza pretese di sistematicità  e chirurgiche soluzioni organizzative. Eppure può rappresentare una rivoluzione nella politica criminale degli ultimi anni questa ricetta d’emergenza e senza costi aggiuntivi che la Commissione mista tra Consiglio superiore della magistratura (3 membri), Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia (3) e magistrati di sorveglianza (6) si appresta dopo un anno e mezzo a formulare in ottobre per alleviare di alcune migliaia di presenze il sovraffollamento nelle carceri italiane (21 mila detenuti in più dei posti disponibili, 20% in attesa di prima sentenza) sia in uscita sia in non-entrata.
In attesa che il Parlamento faccia le grandi scelte (a partire dal ddl Severino sul misure alternative e lavoro in carcere), lo scopo della ricetta della Commissione coordinata dal professor Glauco Giostra è da un lato evitare che restino in carcere per obbligo di legge imputati la cui pericolosità  potrebbe invece essere contenuta da misure meno limitative della libertà  personale; dall’altro lato scongiurare l’inutile “assaggio di carcere” per chi vi entri obbligatoriamente, essendo però destinato a uscirne dopo poco tempo. E, in più, semplificare i percorsi di accesso a quelle misure alternative dalle quali torna a delinquere solo il 19% dei condannati (stando a statistiche che ora il Dap si propone di aggiornare insieme a Bankitalia, Università  di Torino e Sole24Ore) contro il 68% di chi espia la pena solo in carcere, percentuale che tende addirittura a scendere sotto il 5% per chi in carcere comincia a lavorare.
Nel mirino della Commissione mista c’è uno dei maggiori produttori di carcere oggi in Italia, e cioè il 4-bis, l’articolo dell’ordinamento penitenziario che per un eterogeneo catalogo di tipi di reati, variabile come il raggio d’azione dei vari pacchetti-sicurezza stratificatisi negli anni per ragioni elettorali, impedisce l’accesso ai benefici penitenziari in forza di rigidi automatismi che non consentono al giudice di sorveglianza di dare proporzionalità  caso per caso all’esecuzione della pena. Sulla stessa scia, e seguendo l’opera di smantellamento già  avviata dalla Corte Costituzionale, la Commissione propone di eliminare tutti i casi di custodia cautelare in carcere obbligatoria, lasciando il carcere come extrema ratio se tutte le altre misure (comprese quelle interdittive di durata allungata) siano inadeguate. E via anche agli automatismi che la legge ex Cirielli dal 2005 applica ai recidivi a prescindere dal maggiore o minore rilievo del titolo di reato, dalla gravità  o meno del fatto, dagli altri parametri di valutazione. Dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (in particolare da una sentenza contro la Moldavia del 2007) arriva invece lo spunto per l’idea di uno stringente «orologio» del processo quando l’imputato sia detenuto.


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