Barroso invoca una riforma dei Trattati

BRUXELLES — «I principi del Trattato europeo hanno bisogno di essere rinnovati». Perché alcune nazioni hanno mantenuto gli impegni fondamentali insieme sottoscritti, altre no: e perciò «noi siamo fronteggiati da una crisi di credibilità ».
Tramontata un’estate piena di timori, nel primo giorno di un settembre che in molti dipingono come decisivo per le sorti della Ue (ma è una profezia già  udita altre volte) il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso battezza il progetto a suo tempo tratteggiato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, e da altri: un nuovo Trattato europeo, che non parli solo di ricette finanziarie, ma anche di rispetto delle norme, della legge, che metta in riga i furbi e assicuri «più integrazione istituzionale fra i vari governi». Tutto ciò vuol dire naturalmente più sorveglianza centralizzata sui bilanci, quella che già  si profila come prossimo compito della Banca centrale europea. Traduzione approssimativa: se la cassa, e soprattutto la valuta, sono in comune, allora devono essere in comune anche i principi morali. E il Trattato di oggi non basta più. «L’Europa — dice Barroso — deve cambiare le sue abitudini… mentre le cause immediate della crisi che oggi coinvolge la Ue sono finanziarie ed economiche, esse sono anche, su un livello più fondamentale, il prodotto di una crisi di valori e del non-rispetto delle norme». E ancora: si decide oggi se l’Europa resterà  «un’area di stabilità , prosperità  e libertà  basata sulla solidarietà , responsabilità  e coesione».
Ma tutti sanno anche che un nuovo Trattato richiederebbe mesi e anni di negoziati. Per ora, le emergenze sul tappeto impongono tempi misurabili in settimane. La più importante è forse quella che riempie le cronache tedesche, e cioè la tensione sempre più alta fra il governo di Berlino, la sua Banca centrale, e il governatore della Bce Mario Draghi, al quale guardano gli Stati più in crisi perché acquisti i loro titoli di Stato e così riduca i loro «spread», i differenziali di rendimento rispetto agli omologhi «bund» tedeschi. Per il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, queste «misure straordinarie» equivalgono allo stampar moneta, a un aiuto prestato dalla Bce a chi ha sperperato quattrini: convinzione tanto forte che Weidmann avrebbe appena minacciato le dimissioni, tiepidamente frenate da Angela Merkel. Ma fa niente, Weidmann deve andare avanti nella sua opposizione alla Bce, sostiene l’autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung, deve restare al suo posto anche se la cancelliera sembra averlo mollato: «Schiena dritta senza sostegno». Si procede nella nebbia. Intanto, dopodomani, Draghi dovrebbe spedire ai consiglieri della Bce e forse ai banchieri centrali dell’Eurozona il programma di acquisti dei titoli dei Paesi in crisi. Le vacanze, per tutti, sono veramente finite.


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