Artur Mas, il nazionalista «calvinista» che tiene in scacco la Spagna e l’euro

BARCELLONA — Artur Mas, il President della Catalogna, sta riuscendo in un’impresa che non è mai andata in porto ad alcun politico dall’inizio di questa infinita crisi europea: licenziare, aumentare le tasse, ridurre stipendi e servizi eppure aumentare i consensi. Il 25 novembre, quando si terranno le elezioni anticipate convocate dallo stesso President, la sua Convergencia i Uniò dovrebbe sbancare le urne e balzare alla maggioranza assoluta. Da quella posizione Mas potrà  portare avanti l’indipendentismo che l’11 settembre propugnava un milione e mezzo di manifestanti per le strade di Barcellona.
Il governatore della Catalogna ha ufficialmente passato il Rubicone. «Siamo entrati nella Transizione catalana. Barcellona ha bisogno di uno Stato proprio», ha detto questa settimana. Come? Con quali costi? Quali mezzi? Un conflitto istituzionale tra Catalogna e Stato centrale rischia di paralizzare la Spagna. Ammesso che non si arrivi ad azioni di forza anche le alternative possono far male: il boicottaggio nei supermercati dei prodotti spagnoli o, al contrario, catalani, la disobbedienza fiscale e la costante tensione politica sarebbero devastanti. A questo punto, il futuro dell’euro dipende da Artur Mas almeno quanto dipende da Mario Draghi.
Eppure Mas non ha la storia di un Garibaldi, non ha mai fatto il rivoluzionario, non ha tirato sassi né fumato spinelli, è arrivato alla politica per caso, non è stato neppure «affamato» alla maniera di Steve Jobs. Non può neppure vantare una qualunque militanza anti franchista, una riunione, un volantinaggio, neppure a dittatore morto e sepolto. È sempre stato nei ranghi. Buona famiglia, buoni studi, laurea in Economia, l’impiego pubblico. Mas legge Saint-Exupéry, e «I fiori del male» di Baudelaire. L’unico tratto «eccessivo» nel suo carattere è la disciplina che si auto impone. Per il resto è un uomo ragionevole, pacato, attaccato alla famiglia uno che, manco a dirlo, scia e gioca a tennis. Che cosa lo ha trasformato nel barricadero che punta alla rottura Barcellona-Madrid?
Lo chiamano «calvinista» per il senso di sacrificio al servizio di tutto ciò che fa, politica inclusa. Nella Barcellona della movida, ha impiegato una notte per smettere di fumare quando la moglie si è ammalata di tumore al seno e un’altra per diventare vegetariano quando il suo colesterolo è uscito di controllo. Va tutte le mattine in piscina, prima di vestire la giacca e cravatta del President.
Mas, il vero Mas, sembra essere un convinto autonomista, ma un separatista riluttante. L’anticipo elettorale è una splendida mossa tattica per conquistare la maggioranza. Mas sa bene quanto sia pesante stare all’opposizione. È diventato capo del partito proprio quando questo perdeva, dopo 23 anni, la poltrona di presidente. Sette anni dopo, nel 2010, ha riconquistato il Palazzo di San Giorgio appena in tempo per prendere sul suo mascellone volitivo gli schiaffi della recessione. Da delfino di Jordi Pujol rischiava di diventare il becchino di quella avventura politica.
Davanti alla sfida Mas si è dimostrato all’altezza. Le sue «retallades», sforbiciate, sono state profonde e spietate. Tre manovre in un anno. Più veloci di quelle del temporeggiatore di Madrid, il premier Mariano Rajoy. Il piglio, la brutalità  con cui Mas si è rivolto ai catalani sono stati da statista. Certo, lo zucchero usato per far ingoiare la pillola era il catalanismo. La colpa del contagio della crisi anche a Barcellona, spiegava Mas, non è del calo di competitività , dell’eccesso di spesa pubblica, del clientelismo che ha fatto impennare i dipendenti della Generalitat, della disattenzione con cui anche Barcellona ha trattato la bolla immobiliare. No, la colpa è di «Madrid ladrona» o, come lo definisce Mas, «dell’expolio» spagnolo delle tasse catalane.
Il gioco sarebbe bastato se la crisi fosse finita. Invece è ancora qui che morde, la Catalogna ha le casse vuote, il suo credito internazionale a terra. Il riformismo e l’autonomismo che, anche per carattere, hanno sempre guidato Artur Mas sono stati scavalcati dalla marea umana dell’11 settembre. Si dice che in Catalogna comandino 400 famiglie, «questa volta, però — scrive l’analista Eric Juliana — la corrente va da sotto a sopra con componenti di ribellione civica che non possono essere sottovalutati». «Mi identifico con la posizione popolare», dice il moderato Mas. Da buon calvinista è pronto a cavalcare il mostro del nazionalismo. Non solo per approfittarne, forse anche per guidarlo e, magari, c’è da sperarlo, impedirgli di distruggere assieme alla Catalogna, la Spagna e lo stesso euro.
Andrea Nicastro


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