Romania, i fantasmi della storia nella marcia verso la democrazia

BUCAREST – Le storie più notevoli le ho sentite nella Bucovina. Per esempio dal nonno, “tataje” Michaj, 81 anni, e sua moglie, “mamaje” Maria, 83. «Avevo otto anni, la mia sorellina sei. I genitori erano a lavorare nel campo. Ci avevano detto di stare attenti, ma abbiamo aperto il cancelletto del recinto e il vitellino è scappato nel giardino del vicino. Non siamo riusciti a farlo tornare, e il vicino ha ucciso il vitello. Allora siamo andati a chiamare i genitori. Mio padre è andato dal vicino: Perché hai ammazzato il vitello? Quello ha risposto che gli stava rovinando il giardino, e che non voleva ripagarlo. I genitori esasperati andarono dal pope a raccontare che cosa era successo e pagarono perché dicesse le messe e facesse maledire il vicino se non avesse riparato la sua cattiva azione. Andò avanti così, poi il vicino, che aveva paura delle maledizioni, offrì di ripagare il vitello, e mio padre accettò. Allora andò dal pope a dirglielo e che non occorreva più continuare con le preghiere. Il pope si arrabbiò perché mio padre aveva accettato senza rivolgersi a lui e disse che ormai le messe erano state pagate e che ora le maledizioni sarebbero ricadute sui miei genitori. Mio padre tornò spaventato, e pochi giorni dopo
mia madre, mentre falciava, si ferì un piede, e la ferita fece infezione e dovette andare alla città  dove c’era l’ospedale, e là  le dissero che dovevano amputarle la gamba. Mia madre non voleva e si fece riportare a casa e diventò pazza per la paura e per il dolore. Dovettero amputare la gamba e poi la portarono in un altro ospedale perché era diventata pazza. Il pope non volle pregare e diceva che li aveva avvertiti. Mio padre andava da lei e lavorava e chiamò una zia per stare con noi, ma poi mia madre morì in quell’ospedale e dopo pochi giorni mio padre ebbe un colpo e morì anche lui. Fu così che rimanemmo orfani quando avevamo otto e sei anni».
Lui era troppo giovane, di appena un contingente, per fare la guerra. I tedeschi, dice, erano educati, tenevano in ordine perfetto le uniformi, erano motorizzati; i russi erano selvaggi, saccheggiavano, violentavano. (Lo sentiremo ripetere dovunque, a Costanza uno userà  addirittura, per definire il comportamento dei militari nazisti, l’aggettivo italiano: impeccabile). Si ricorda degli ebrei perché erano stati portati dalle città  a fare i lavori forzati sulle strade, e i ragazzini gli portavano qualche frutto e altre cose da mangiare in cambio di denaro. Poi li hanno portati via, dice. Che
cosa è successo davvero sembrano non saperlo. Hanno la pensione, 100 euro lui, 60 euro lei. Il denaro serve solo per le medicine e lo zucchero: hanno il pozzo, fanno la polenta col loro mais, hanno ortaggi e mele e pere, e la mucca, il maiale, galline e conigli; non più il cavallo. Se non fosse per le medicine, non si riterrebbero poveri. Sotto Ceausescu lui è stato arrestato un paio di volte, da soldato e dopo, per aver detto qualcosa di troppo, sa bene che non c’era la libertà , e tuttavia dice che le persone stavano meglio, avevano un lavoro, la scuola era seria.
A metà  agosto Ponta assegna il ministero dei rapporti col parlamento a un suo amico, Dan Sova, avvocato 39enne. In tv Sova aveva dichiarato che il dittatore fascista Ion Antonescu aveva salvato dalle persecuzioni gli ebrei romeni, e che nel pogrom di Iasi del 28-29 giugno 1941, ordinato personalmente da Antonescu, non erano stati trucidati fra i 13.300 e i 15 mila ebrei, ma solo 24. Di fronte allo scandalo, il neoministro dice che si era sbagliato, e che effettivamente fra i 250 e i 300 mila ebrei romeni erano stati sterminati (la cifra più accurata è di 350-400 mila). L’episodio rivela la sua volgarità , ma anche l’indifferenza in cui passa la storia degli ebrei. Paragonata con quella ungherese, la situazione romena è meno virulentemente segnata dall’antisemitismo, ma molto più dalla rimozione. Basta una visita alla Sinagoga
Grande di Bucarest e al Museo Ebraico, dove la buona volontà  della comunità  â€” al lumicino — ha messo modestamente insieme dati e documenti sulla Shoah; il riconoscimento pubblico si limita a un monumento cittadino inaugurato nel 2009. Alla rimozione contribuì il silenzio del regime comunista, teso a cancellare la peculiarità  della persecuzione degli ebrei (e dei rom) e a fomentare l’antisionismo. I pogrom antiebraici erano raccontati come rivolte contadine. Nelle scuole romene della Shoah non si parlava, e la situazione è cambiata solo con internet.
«Chi ha mai visto un cuculo covare e uno zingaro lavorare»: Carmen Duta cita il vecchio detto. Ha sempre fatto l’insegnante, si affezionò a due fratellini rom, erano molto intelligenti, poi non ne ha saputo più niente, dice, fino a quando ha rivisto il maggiore in tv, aveva fatto la più grande rapina postale. È difficile trovare dei romeni che non ce l’abbiano coi rom, e però paragono l’insofferenza nostrana per la vicinanza di qualche zingaro, così facile a passare alle vie di fatto, alla coabitazione fra i “gaggé” e i rom in Romania. Ce la sogniamo. «I francesi di destra e di sinistra ce li rimandano indietro», ironizzano, a ragione. Dopo di che, raccontano imprese di rom arricchiti. Come la storia di Dan Finutu, morto l’altro giorno a 44 anni con la moglie a Tulcea, in un incidente con la sua Bmw. Finutu si era fatto costruire a Buzesti, nel Teleorman, una casa che riproduceva esattamente il tribunale nel quale era stato processato, e inciso il suo nome sul frontone. «Fanno il mercato nero, carne, frutta, fiori, e poi la droga, la prostituzione. Si fanno dei grandi palazzi, poi vivono tutti nella stessa camera, anche col cavallo, caso mai». In realtà , i romeni gaggé conoscono i loro compatrioti rom molto meglio di noi coi nostri, spesso amano
la loro musica, sono fieri degli “zingari di seta”, quelli educati, come il violinista Ion Voicu, o la pianista Mihaela Ursuleasa, morta pochi giorni fa. Sanno che i rom sono ricchi e soprattutto poveri. L’esibizione della ricchezza esaspera la maggioranza delle persone sempre più impoverite. La ragione prima della scandalosa nostalgia per il tempo di Ceausescu (scandalosa per l’Europa, che vi si dovrebbe specchiare) sta nel fatto che allora la ricchezza era riservata ai satrapi, e sotto c’era una società  livellata: la democrazia è uno smanioso sventolio di soldi davanti al naso di chi fa la fame. Il salario medio è di 350 euro. La gente sa tutto e tutto sospetta delle fortune dei potenti: case parigine di Basescu; il famoso marmo colorato di Ruschita nelle mani del sindaco di Bucarest, Videanu; gli stadi in pendenza costruiti coi fondi Ue dall’ex ministra del turismo Elena Udrea, che mandava scarpe coi tacchi alti per tirare su il morale alle donne della Moldavia inondata; lo scialo di Mazere, il sindaco “socialista” che sfila in uniforme nazista e tiene nella bruttezza la nobile città  di Costanza… E poi ci sono i tycoon della politica. Uno è Dan Diaconescu, proprietario di una tv di gran successo, Otv, scandalismo e dibattiti violenti e pagliacceschi. Ricatti, estorsioni — redditizie, conosciamo il genere. Ha fatto un partito, alle amministrative ha preso l’11
per cento. Un altro si chiama “Gigi” Becali, pastore di pecore sotto il comunismo, poi si mise a fare traffici, blue jeans, terreni comprati dai contadini poveri alla periferia nord di Bucarest poi edificati, ha comprato la Steaua di Bucarest e il palazzetto Manu-Auschnitt, coi fregi in oro sulla facciata: ha spiegato di averlo comprato senza guardarlo, solo misurando i metri quadri — restauro decoroso, ha calcato un po’ la mano sull’oro a 24 carati e sostituito icone sacre ai quadri, e piazzato un gran Gesù in giardino. Infatti è devotissimo, dà  gran soldi alla chiesa, frequenta il monte Athos, salda le bollette della luce ai rom allacciati abusivamente. Anche lui ha un partito, si candidò alla presidenza, alle europee del 2007 prese il 5 per cento. Viene da sorridere, no? Poi si pensa all’Italia.
Dice Carmen: bisogna andare nei mercati per vedere gli anziani che girano col sacchetto vuoto e un bastone. Ho dato un pacco di cose a una vecchia signora, stando attenta a non offenderla. Mi sono voltata a guardarla e ho visto che le correvano le lacrime sotto gli occhiali,
era tutta rossa.


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