Ora l’Europa scommette sulla melina tattica della Cancelliera

BRUXELLES — L’Europa scommette su Angela Merkel. Ci vorrà  il tempo che ci vorrà , gli scontri che saranno necessari, dentro e fuori la Germania, ma alla fine la cancelliera tedesca non decapiterà  la Grecia e, in parallelo, darà  via libera al piano anti-spread di Mario Draghi, concedendo un po’ di respiro a Spagna e Italia. D’accordo sarà  un percorso pragmatico, spilorcio sul piano ideale. Ma al momento, dicono a Bruxelles, non si vedono alternative. 
Il momento chiave verrà  con la sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe, attesa per il 12 settembre. I giudici della seconda sezione, guidata da Andreas Vosskuhle, nominato dalla Cdu, decideranno se il nuovo fondo salva Stati (Esm, European stability mechanism) sia compatibile con la Costituzione tedesca. La previsione dominante è che la risposta sarà  «sì», ma a condizioni precise. Racconta Roberto Gualtieri, eurodeputato del Pd, che poche settimane fa, con una delegazione di colleghi, ha incontrato le toghe di Karlsruhe: «L’idea guida dei giudici è che non possano esistere due Stati contemporaneamente. La Germania può accettare qualsiasi organismo europeo, purché operi entro regole certe e con risorse finanziarie definite». 
Questo sarà  il concetto-faro di Angela Merkel, se la Corte promuoverà  l’Esm. La Cancelliera confermerà  il suo appoggio, impegnandosi per 190 miliardi sui 700 di dotazione totale, ma chiarendo, con la ruvidità  cui ci ha abituato, che il nuovo strumento non dovrà  essere vissuto dai partner come il borsellino senza limiti di mamma Germania. 
A quel punto arriverà  anche il rapporto sulla Grecia compilato dalla «troika», gli ispettori di Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Anche in questo caso il risultato non dovrebbe essere catastrofico. Il premier greco Antonis Samaras sta conducendo un’abile campagna cercando di conquistare il consenso anche dell’opinione pubblica europea. A differenza dei suoi predecessori, Samaras si è presentato come un debitore pentito, disposto a vendere gli isolotti disabitati, e non come una vittima della crudeltà  finanziaria internazionale. Nella Germania istintivamente più conservatrice questo ha funzionato, come si vede dalla benevola comprensione del quotidiano popolare Bild. E per la Merkel, che oggi riceve Samaras a Berlino, gli articoli della Bild ora sembrano contare più degli stizzosi bollettini anti-greci compilati dalla Bundesbank guidata da Jens Weidmann. 
Non è un caso se anche nei Paesi nordici comincia a sgranarsi lo schieramento del rigore. In Finlandia, a fronte del ministro degli Esteri, Erkki Tuomioja, che la settimana scorsa dichiarava «prepariamoci alla fine dell’euro», ora sbuca il ministro degli Affari europei, Alexander Stubb: «Per 50 anni l’Europa è stata divisa da un muro tra Est e Ovest, adesso non abbiamo bisogno di un altro muro che divida il Nord dal Sud». Idea sottoscritta dal ministro degli Esteri tedesco, il liberale Guido Westerwelle in una lettera firmata con i pari grado di Lituania (Audronius Azubalis), Lettonia (Edgars Rinkeviks) ed Estonia (Urmas Paet). In Austria, la democristiana Maria Fekter, ministro degli Interni, che già  a giugno aveva irritato Mario Monti con un giudizio critico sull’Italia, ieri ha interrotto le ferie: «L’euro? Sicuramente arriverà  alla fine dell’anno». Il cancelliere austriaco Werner Faymann, socialdemocratico, invece, si mostra più flessibile, specie dopo la vittoria del socialista Franà§ois Hollande in Francia. 
Persino il commissario agli Affari economici, il finlandese Olli Rehn, si è detto «meno pessimista sul futuro dell’euro, rispetto alla primavera scorsa». Bontà  sua e, sia detto per inciso, colpisce il fatto che Rehn sia l’unico oste che dubiti pubblicamente del suo vino (l’euro appunto), quando invece, se non altro per dovere d’ufficio, dovrebbe difenderlo a ogni costo.


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