Le materie prime

NEW YORK – Le ong umanitarie costringono la mala-finanza a una ritirata. Le maggiori banche, per ora nell’area germanica, rinunciano ai derivati sulle materie prime agroalimentari. E’ l’implicita ammissione che non tutte le speculazioni “aumentano l’efficienza” dei mercati. E’ una vittoria importante perché crea un precedente. L’opinione pubblica vince laddove i governi (o alcuni di loro) non sono ancora riusciti a fare breccia. La denuncia incalzante delle ong che combattono la fame nel Terzo mondo ha persuaso alcuni dei maggiori fondi pensione americani: questi ultimi hanno un grande potere contrattuale verso le banche che gestiscono i loro patrimoni. La minaccia di un boicottaggio da parte dei fondi pensione ha costretto alcune grandi banche a ritirarsi dal business dei derivati che “scommettono” sui prezzi delle derrate agricole. Questa svolta coincide con l’allarme mondiale per l’aumento dei prezzi di mais, grano e soya, generato anche dalla grande siccità  che attanaglia il Midwest americano, “granaio del pianeta”.
Le prime ad avere capitolato sono quattro fra le maggiori banche tedesche: Deutsche Bank, Commerzbank, Dekabank, e la banca regionale del Baden-Wuerttemberg. Con modalità  diverse, ciascuna di queste banche ha deciso di chiudere o ridimensionare i propri fondi d’investimento che usano titoli derivati legati ai prezzi delle materie prime alimentari. La Deutsche Bank è uno dei maggiori operatori mondiali in questo settore, attraverso fondi quotati in Borsa che si chiamano Commodities Exchange Traded Funds (Etf). La Deutsche gestisce oltre un miliardo di dollari di Etf legati ai prezzi agricoli mondiali. Commerzbank ha 145 milioni di dollari nel solo fondo ComStage Commodity Etf che ha deciso di “depurare” da ogni legame con le materie prime alimentari.
Questa svolta rappresenta una vittoria per organizzazioni umanitarie come Oxfam, World Development Movement e Food Watch, specializzate negli aiuti ai Paesi più poveri. Da tempo queste ong conducono una campagna per la messa al bando dei titoli derivati il cui valore è agganciato ai prezzi dei raccolti. La loro tesi è che la finanza derivata, lungi dall’essere neutrale, ha un effetto di amplificazione sulle oscillazioni dei prezzi, con ripercussioni drammatiche sul tenore di vita di interi popoli.
LE RIVOLTE DEL PANE
La campagna contro la finanza derivata che opera sulle materie prime, ebbe un crescendo nel primo semestre del 2008. In quel periodo, prima ancora che scoppiasse la “bolla” dei mutui subprime in America, i mercati mondiali registrarono un’iperinflazione dei costi dei raccolti. Le “rivolte del pane e del riso” agitarono molte nazioni emergenti dall’Egitto all’Indonesia. Ma i tentativi di regolamentare, o addirittura vietare, la finanza derivata sulle materie prime agricole, hanno sempre incontrato fiere resistenze. Il boom dei “futures” (titoli che consentono di guadagnare o perdere a seconda del prezzo futuro di determinati beni) non è un fenomeno puramente
tecnico, bensì ha una chiara matrice ideologica. La nascita di un mercato globale dei futures coincise negli anni Settanta con il massimo fulgore della “scuola di Chicago”, la corrente di pensiero neoliberista guidata dal premio Nobel dell’economia Milton Friedman. Nel credo di Friedman, poi adottato da Ronald Reagan, Margaret Thatcher e dai due Bush, ma condiviso anche da Bill Clinton e Tony Blair, quella che nel gergo popolare è “speculazione”, non è altro che la mano invisibile dei mercati la cui azione massimizza l’efficienza e la creazione di ricchezza. La finanza derivata, poiché si fa guidare dalle previsioni sull’andamento della produzione e dei consumi, aiuterebbe gli operatori economici ad adeguarsi e quindi a compensare gli squilibri tra l’offerta e la domanda. Questa visione, molto astratta, ispirò un “ciclo lungo” di riforme dei mercati nel senso della deregulation. In coincidenza con il pensiero di Friedman che spinse alla liberalizzazione dei movimenti di capitali in tutto l’Occidente, la rivoluzione informatica spalancò potenzialità  infinite per la nuova finanza.
Il neoliberismo ha sempre avuto avversari anche in campo teorico. Non a caso l’idea di una Tobin Tax – un prelievo sulle transazioni finanziarie – prende il nome da un altro Nobel dell’economia, il neokeynesiano James Tobin, che sosteneva l’utilità  di mettere un “granello di sabbia” (fiscale) negli ingranaggi dei mercati finanziari ipertrofici, sempre più sganciati dall’economia reale. Il dibattito sulla Tobin Tax è tuttora in corso, come quello più specifico sui derivati agricoli che interessa in primo luogo le nazioni emergenti. Ma a livello governativo i progressi sono stati modesti. La Tobin Tax gode del sostegno dei governi dell’Europa continentale, ma avrebbe un impatto scarso finché Londra si rifiuta di applicarla in casa propria, essendo la maggiore piazza finanziaria europea. La prima potenza emergente che ha vietato i derivati sulle derrate agricole è l’India: il trading sui futures di soya e riso sono proibiti alla Borsa di Mumbai da un anno. E tuttavia anche l’India sa di avere un impatto limitato, perché il grosso delle operazioni su derivati agroalimentari si svolge alla Borsa di Chicago, con un effetto smisurato sui prezzi del cibo nel mondo intero.
GLI OSTACOLI POLITICI
E’ per questo che l’azione delle ong umanitarie rappresenta un successo interessante: ha aggirato gli ostacoli politici e le lentezze intergovernative. Proprio mentre al G20 veniva lanciato l’ennesimo allarme sullo shock inflazionistico da siccità , le ong hanno “piegato” alcuni fondi pensione Usa. La prima vittoria è stata ottenuta dai missionari americani dell’organizzazione Catholic Maryknoll, che hanno convinto il secondo maggiore fondo pensione degli statali Usa, Calstrs, a cancellare 2,3 miliardi di dollari di investimenti in titoli derivati legati alle materie prime agricole, per non avallare manovre speculative che accentuano le sofferenze nelle popolazioni più povere. Oxfam e altre ong hanno dato alla campagna una portata globale, sfondando in modo significativo in Germania.


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