Assange unisce il Sud America

Quello che era cominciato – il 19 giugno quando il fondatore di Wikileaks Julian Assange si è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e poi giovedì scorso quando il governo del presidente Rafael Correa ha annunciato di avergli concesso asilo diplomatico – come un complicato caso diplomatico, si è trasformato in una profonda crisi politica che non coinvolge più solo la Gran Bretagna e l’Ecuador ma anche la Svezia e gli Stati uniti (i grandi manovratori), l’Unione europea e la Russia, e anche l’America latina in toto. Quanto più salirà  la temperatura politica di un caso diplomatico obiettivamente molto complicato, tanto più difficile sarà  trovare la via d’uscita diplomatica che tutti, protagonisti e comprimari, dicono di perseguire. Inevitabile che il lato politico della querelle balzi in primo piano dopo che la (comprensibile) rabbia inglese per vedersi sfuggire dalle mani il pericolosissimo criminale Assange, accusato di violenza sessuale da due fanciulle svedesi e en passant di aver messo in rete migliaia di documenti riservati e rivelatori delle porcherie commesse dagli Usa in America latina (e non solo), ha spinto il ministro degli esteri britannico William Hague a minacciare addirittura, in una prima reazione a caldo, di riesumare una legge inglese del 1987 che consentirebbe a Londra di togliere lo status diplomatico all’ambasciata dell’Ecuador in Inghilterra e lanciare un raid della polizia per catturare il bandito. La minaccia, inevitabilmente (e giustamente) vista come «colonialista» e «imperialista», è stata poi parzialmente sfumata dagli inglesi, ma il messaggio era stato mandato. E recepito. Una autentica bomba non solo e non tanto erga Ecuador ma erga omnes, capace di ricacciarci ai tempi delle cannoniere (ah l’Impero…) e mandare all’aria tutto il sistema delle garanzie diplomatiche delle diverse ambasciate nel mondo e dei rifugiati, esuli, perseguitati che in esse, per i più diversi motivi, cercano scampo. Basta pensare che nell’ambasciata italiana di Addis Abeba dal 1991 si trovano due esponenti della giunta militare del colonnello «rosso» Menghistu: che si fa? si toglie lo status diplomatico e la polizia del premier etiopico Meles Zenawi, passato ora sotto l’ala di Washington, li va a stanare? L’Ecuador di Correa – che avrà  anche un interesse politico nel concedere asilo a Assange per vedere aumentare il suo ruolo «anti-colonialista» in America latina e le sue chanches di rielezione, peraltro già  ottime, nel voto del febbraio 2013 – difende la sua «decisione sovrana» e ha chiamato a raccolta gli altri paesi latino-americani che sanno tutti, chi più chi meno, cosa significhi il colonialismo e l’imperialismo anglo-americano. Venerdì a Washington una riunione «di emergenza» dell’Osa si è conclusa con l’approvazione di un documento in cui i 34 ministri degli esteri dell’Organizzazione degli stati americani sono convocati venerdì prossimo per esaminare quello che il segretario generale, il pallido socialista cileno José Miguel Insulza, ha definito «il problema posto dalla minaccia o ammonimento lanciato all’Ecuador con la possibilità  di un intervento contro la sua ambasciata di Londra», un tema, quello «dell’inviolabilità  delle missioni diplomatiche di tutti i membri di questa organizzazione» che «riguarda tutti noi». La risoluzione di quello che è sempre stato chiamato «il ministero della colonie» dell’amministrazione statunitense, è passata con 23 sì, 5 astenuti e 3 no – quelli di Usa, Canada e Trinidad – nonostante che la rappresentante di Washington, Carmen Lomellin, avesse assicurato i colleghi che il vertice di venerdì «sarebbe inutile e addirittura dannoso per la reputazione dell’Osa come istituzione», e che Philip Barton, l’osservatore permanente della Gran Bretagna all’Osa (a che titolo?), avesse tranquillizzato gli astanti che «il Regno unito è intenzionato a continuare a lavorare con l’Ecuador e portare questo problema a una conclusione amichevole e soddisfacente». I due non hanno convinto non solo i paesi progressisti ma neanche quelli di destra o moderati che di solito votano a scatola chiusa quello che Washington comanda. Poi ieri a Guayaquil si sono riuniti gli 8 paesi che integrano l’Alba, il blocco «bolivariano» che fa capo a Cuba e Venezuela, e oggi, nella stessa città  della costa ecuadoriana sarà  la volta dei 12 paesi dell’Unasur, l’Unione delle nazioni sudamericane. Insomma il «big stick» brandito dagli inglesi (già  poco popolari nella regione per via dell’annosa disputa con l’Argentina sulle Malvine) si sta rivelando un boomerang. Anche se questo non significa affatto che alla fine concederanno un salvacondotto al povero Assange di cui è annunciata per oggi alle 2 «una dichiarazione pubblica davanti all’ambasciata». O più probabilmente da dentro l’ambasciata perché se appena si azzardasse a mettere un piede oltre il recinto diplomatico le decine di poliziotti che Scotland Yrad ha piazzato tutt’intorno (al costo di 60 mila euro al giorno) lo impacchetterebbero e spedirebbero in Svezia o forse, via Stoccolma, negli Usa.


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