Piano di pace bis Annan vede Assad e ci riprova

Affermazioni di tono diverso da quelle pronunciate qualche giorno fa dall’emissario: «Bisogna riconoscere che sulla Siria abbiamo fallito», aveva detto Annan, pronto ad ammettere il fallimento del suo piano in sei punti approvato tre mesi fa. 
In base a quegli accordi – apparentemente accettati da tutte le parti – il 12 aprile avrebbe dovuto entrare in vigore un cessate il fuoco, invece le violenze si sono intensificate, in un crescendo di accuse reciproche tra governo e opposizione armata. Il 30 giugno, una riunione a Ginevra del Gruppo d’azione sulla Siria – a cui avevano partecipato tutti gli attori internazionali interessati al conlitto, meno l’Iran -, aveva rilanciato la mediazione. Al centro, c’era l’idea di un governo di transizione composto da esponenti del governo e dell’opposizione. Una proposta che non menzionava l’esclusione di Assad e che aveva prodotto diverse valutazioni internazionali. Per Washington, quella riunione aveva aperto la strada al dopo Assad. Per Russia e Cina, alleate di Damasco, il 30 giugno era stata l’occasione di ribadire il rifiuto di ogni intervento esterno in un conflitto la cui soluzione «dev’essere pacifica» e che «spetta ai soli siriani risolvere».
Con questi presupposti, Kofi Annan è tornato a Damasco per la terza volta dall’inizio della sua missione. E ieri, il colloquio con Assad: «Abbiamo discusso della necessità  di far cessare le violenze e dei mezzi per riuscirci – ha poi dichiarato l’ex segretario generale dell’Onu – Ci siamo accordati su un orientamento che sottoporrò all’opposizione armata». Il mediatore ha a più riprese manifestato il suo disaccordo per l’esclusione di Tehran dai negoziati: «L’Iran ha la sua influenza sulla Siria, non può essere ignorata – ha ribadito ancora, e ieri si è recato a Tehran per incontrare il ministro degli esteri e un alto rappresentante della sicurezza iraniana. Anche il governo siriano ha valutato positivamente l’incontro tra Assad e Annan: «Entrambi – ha dichiarato il ministro degli esteri Jihad Makdessi – hanno ritenuto che Ginevra costituisce un passo importante per far avanzare questo processo politico e creare un contesto di dialogo». 
La nuova proposta per uscire da una crisi che dura da 16 mesi e che si è andata sempre più militarizzando, rilancia la sostanza del piano in sei punti: oltre alla fine delle violenze, prevede l’istaurazione di un dialogo politico, il permesso di portare aiuto umanitario nelle zone interessate dagli scontri, la fine delle detenzioni arbitrarie, la libertà  di circolazione per i giornalisti e quella di associarsi liberamente, e il diritto a manifestare in modo pacifico. Aperture che il regime sostiene di aver già  avviato soprattutto dopo le ultime elezioni, che hanno portato nella composizione del governo alcuni membri dell’opposizione più dialogante.
Per i ribelli armati dell’Esercito siriano libero e per i più intransigenti, la piattaforma di Ginevra prevede invece troppe concessioni alla Russia: benché – come ha precisato lo stesso Annan – sia stata elaborata da un gruppo di stati composto per l’80% da membri del Gruppo di amici della Siria (Francia, Usa, Qatar, Turchia…), che continua a chiedere la partenza di Assad. Il capo del Consiglio nazionale siriano, Abdel Basset Sayda – un kurdo che ha preso il posto di Burhan Ghalioun nell’alleanza di opposizione – ieri ha nuovamente chiesto alla Russia di non fornire più armi al regime di al-Assad «se vuole mantenere buone relazioni con il popolo siriano». Mosca ha risposto che non venderà  più a Damasco gli aerei da combattimento Yak-130 previsti da un contratto stipulato l’anno scorso. E ieri ha ricevuto un altro leader dell’opposizione siriana, Michel Kilo. Scrittore e politologo di sinistra, Kilo, 68 anni, era stato arrestato nel 2006 per aver firmato la «dichiarazione di Damasco-Beirut» che chiedeva al regime un disimpegno totale dal Libano e la fine degli attentati. Condannato a tre anni di carcere, è tornato in libertà  nel 2009.


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