La Troika

Il “clan degli avvoltoi” – come chiamano ad Atene la Troika Ue-Bce-Fmi – ha iniziato a volteggiare sinistro anche nel cielo sopra Madrid. I segni del suo arrivo sono nell’aria da tempo: economia in caduta, spread sui 600 punti base, tassi sui titoli decennali oltre il 7%.
Ma neppure l’Italia può dormire sonni tranquilli
Questione di tempo, vaticinano le Cassandre. Poi anche per la Spagna, e – dicono i più pessimisti – anche per l’Italia – come è successo in Grecia, Irlanda e Portogallo – scoccherà  l’ora della Troika. Il copione, dicono i catastrofisti, è già  scritto. Ed è lo stesso andato in scena a Lisbona, Dublino e sotto il Partenone: Italia e Spagna, messe alle corde dalla speculazione e dalla debolezza della governance Ue, non riusciranno più a finanziarsi sul mercato a tassi accettabili. E allora, per evitare guai peggiori, saranno costrette a chiamare in soccorso la “Croce rossa” dei debiti sovrani, in arte la famigerata (specie per chi deve sottoporsi alle sue cure) Troika.
I patti, a quel punto, sono chiari. Ue, Fondo Monetario Internazionale e Bce – i medici al capezzale del malato – garantiscono la medicina (leggi i soldi). Il paziente però deve dire di sì senza discussioni a tutte le terapie imposte dai tre luminari: tagli a stipendi e tredicesime, sforbiciate a welfare e pensioni, licenziamenti nel settore pubblico. Chi esegue, incassa gli aiuti internazionali. Chi sgarra no. E la Troika è l’arbitro incaricato di decidere chi (e quando) si è meritato il salvagente di Bruxelles, Francoforte e Washington.
Il caso di Atene è simbolico. La Grecia ha avuto negli ultimi tre anni ben quattro governi. Prima quello di George Papandreou, poi Loukas Papademos, quindi Panagiotis Prikamennos e ora Antonis Samaras. Il vero premier ombra del paese però, lo sanno tutti, è Paul Thomsen,l’oscuro funzionario del Fondo Monetario a capo della pattuglia d’emergenza della Troika incaricata di seguire i salvataggi delle nazioni in crisi. Lui ha in mano i cordoni della borsa (i 230 miliardi stanziati da Ue & C. per sanare il bilancio ellenico). E lui detta le condizioni: 150mila tagli al pubblico impiego. Privatizzazioni per 50 miliardi, giù del 30% stipendi e pensioni. O mangi questa minestra, o salti dalla finestra. I governi devono solo mettere la faccia e i voti sui provvedimenti. Ogni tre mesi, come a scuola, arriva la pagella. Se c’è la sufficienza, la Troika dà  via libera a un’altra tranche di aiuti. Altrimenti nisba.
A Dublino e Lisbona il “commissariamento” di Thomsen è stato dolce. I due paesi hanno fatto bene i compiti a casa e in sostanza, una volta fissati i paletti del risanamento, i governi nazionali sono riusciti a implementarli senza troppe ingerenze di Fmi e soci. I rappresentanti della triade internazionale si sono limitati così alle ecumeniche visite trimestrali per verificare il rispetto della tabella di marcia, vissute con un po’ di fastidio ma senza troppe asprezze dai diretti interessati. Ad Atene è stata (ed è) un’altra storia. La Troika, scottata dai ritardi ellenici, ha piazzato i suoi rappresentanti in ogni singolo ministero. I suoi uomini chiedono di verificare ogni documento di spesa, stanno impostando in proprio piani d’emergenza per aiutare la Grecia a imparare a raccogliere le tasse (l’evasione qui vale il 20% del pil) e a ridisegnare un pubblico impiego ipertrofico. Un interventismo necessario, dicono loro, che però non gli ha certo garantito grandi simpatie in loco. Quando Thomsen ha chiesto una sorta di sede ad hoc per i suoi uomini nel palazzo dell’Autorità  per l’Energia ad Atene , i dipendenti sono entrati in sciopero contro il clan degli avvoltoi. E quasi tutte le manifestazioni nella capitale finiscono tra fischi e schiamazzi sotto le finestre dell’hotel Grande Bretagne, residenza dei Vip della Troika che i greci considerano come la vera sede del governo.
Voler bene a chi ti costringe a tirare la cinghia, del resto, è difficile per tutti. Senza i sì della Troika, però, la Grecia rischia di andare poco lontano. Le casse dello stato sono vuote, a fine agosto rischiano di non esserci i soldi per pagare stipendi e pensioni (lo stesso problema che inizia ad avere pure la Spagna). E se i rappresentanti di Ue, Fmi e Bce non daranno via libera alla nuova tranche di aiuti il paziente (e con lui purtroppo l’euro) rischia di finire in coma. Samaras per questo sta lavorando alacremente ai suoi piani di tagli per riuscire a strappare l’ok. Gli uomini di Ue, Bce e Fmi gli stan facendo fretta. Il rischio, lo sanno anche loro, è che la Croce rossa dei debiti sovrani debba presto trovar posto per nuovi pazienti sotto la sua dolorosa tendina ad ossigeno.


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