Dal 2000 al 2010 le Fondazioni hanno erogato 14,5 miliardi al non profit

MILANO – Profonde le differenze di istituzione, di missione, e dunque operative e gestionali, tra le Fondazioni di origine bancaria e le fondazioni straniere (le americane Harvard, Yale, l’inglese Wellcome e la danese Nova Nordisk) messe a confronto nel Rapporto di Mediobanca Securities, discusso oggi a Milano nella sede di Mediobanca, in un incontro a cui è intervenuto fra gli altri il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti.
“La giornata di oggi – ha detto – ha consentito di chiarire l’attività  delle Fondazioni di origine bancaria, il ruolo che esse hanno svolto e stanno svolgendo anche in questo momento difficile per il nostro Paese. Stanno dimostrando di aver interpretato lo spirito della legge da cui sono nate e sempre più riescono a coprire il ruolo di anticipatori nella soluzione dei problemi delle nostre comunità , sperimentando modelli che divengono utili per politiche pubbliche condivise, come è stato, ad esempio, per il social housing”.

Il dibattito ha chiarito che le Fondazioni di origine bancaria non utilizzano il patrimonio per sostenere le erogazioni, ma solo gli utili che ne derivano. Dunque non si può prefigurare l’ipotesi, presa in esame dal Rapporto, secondo la quale tra qualche anno i patrimoni delle Fondazioni si estingueranno. Esse hanno una visione di lungo periodo – hanno sottolineato i rappresentanti delle Fondazioni – ed anche i fondi accantonati nel passato e utilizzati di recente, per mantenere stabile il livello erogativo in un momento così difficile, sono il frutto dei rendimenti virtuosi ottenuti in passato e oculatamente messi da parte, proprio in vista di periodi dai bassi rendimenti.
Con l’avvento della crisi finanziaria le Fondazioni di origine bancaria hanno sostenuto le banche, ha ricordato Guzzetti, sottoscrivendo gli aumenti di capitale resisi necessari e hanno contribuito a evitare la nazionalizzazione delle banche italiane, evitando ulteriori pesanti ripercussioni sui cittadini italiani; all’estero, invece, le banche sono state salvate con i soldi pubblici. Se il sostegno pubblico al capitale del sistema bancario italiano nel periodo dicembre 2008 – giugno 2012 mediante i Tremonti bond (cioè un prestito) è stato pari a 4,1 miliardi, lo 0,3% del Pil nazionale, a livello europeo nel periodo ottobre 2008 – ottobre 2011 il volume di aiuti (cioè capitale) profusi dagli Stati membri in Europa è stato di 1.608 miliardi, pari al 13,1% del Pil europeo.

Ovviamente questo intervento delle Fondazioni di origine bancaria, volto a minimizzare l’impatto della crisi bancaria sulla collettività , ha causato un rallentamento del processo di diversificazione del patrimonio. “Anche se – ha ricordato Guzzetti – è proseguito l’impegno verso quella linea della diversificazione in investimenti correlati alla missione – quali quello nella Cassa Depositi e Prestiti, nei fondi immobiliari di edilizia sociale, in fondi di private equity, nelle local utility – attraverso i quali le nostre Fondazioni si sono adoperate per dare sostegno allo sviluppo del Paese”.

Erogazioni. Dal 2000, anno di entrata in funzione della cosiddetta riforma Ciampi (L. 153/1999), al 2010 le Fondazioni di origine bancaria hanno erogato alle organizzazioni non profit ben 14,5 miliardi di euro per interventi in arte e cultura, servizi alla persona, ricerca, formazione, sviluppo del territorio, ambiente, con una particolare attenzione in questi ultimi anni al disagio sociale prodotto dalla crisi nei territori. “Una molteplicità  di settori che le contraddistingue rispetto a fondazioni focalizzate su uno specifico campo di intervento e le connota come soggetti al servizio delle comunità  di riferimento, per soddisfare le loro esigenze e sostenere i loro percorsi di crescita, occupandosi, dunque, dei loro bisogni, i più svariati, e cercando di anticipare risposte efficaci, sulla base di ampia rappresentanza e forte partecipazione”. Questo spiega anche l’articolazione degli organi delle Fondazioni di origine bancaria rispetto ad altre fondazioni. Hanno, infatti, non solo organi di gestione ma anche di indirizzo, che favoriscono la più vasta rappresentatività  delle sensibilità  del territorio, in base allo spirito delle legge.

Il termine di confronto più appropriato con le Fondazioni di origine bancaria sono le “community foundation”: sotto il profilo della distribuzione settoriale delle erogazioni a fondo perduto, sotto quello dell’efficienza operativa, sotto quello degli investimenti, ed anche sotto quello della governance. “L’esperienza finora maturata dalle Fondazioni di origine bancaria, soprattutto nel confronto con queste, risulta allineata alle migliori prassi internazionali – è stato sottolineato – , nonostante le Fondazioni di origine bancaria italiane siano sottoposte a una pressione fiscale nettamente superiore a quella internazionale e nonostante siano state chiamate a minimizzare l’impatto della crisi bancaria sulle famiglie e sulle imprese italiane, con una conseguente temporanea interruzione del processo di diversificazione del patrimonio avviata con successo da molti anni”.

Boom di addetti. I rappresentanti delle Fondazioni hanno, poi, segnalato che l’aumento del numero degli addetti delle Fondazioni di origine bancaria, che in dieci anni è cresciuto del 149%, con un incremento dei costi complessivi di circa il 70%, è dovuto al fatto che nel 2000 (il termine adottato per il confronto), anno di entrata in funzione della Ciampi, queste Fondazioni non avevano ancora completato quel processo di crescita e consolidamento che si è reso necessario per dare piena attuazione agli orientamenti in essa contenuti. In ogni caso, le strutture delle Fondazioni di origine bancaria non sono ridondanti: al 2010 il totale degli addetti delle 88 Fondazioni è pari a 1.014 unità , con una media di 11,5 addetti per Fondazione. Quindi il dato riflette il processo evolutivo che qualsiasi organizzazione attraversa quando passa da una fase di start up a una fase di consolidamento.
È stata, infine, confutata la tesi che solo l’1% dei membri degli organi delle Fondazioni abbia competenze specifiche. Uno studio dell’Università  di Padova mostra che ben il 15% ha competenze finanziarie e che l’attività  di gestione del patrimonio viene svolta con il supporto di strutture operative qualificate, coadiuvate da advisor esterni o da comitati interni.

 

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