La moda Usa in passerella per Obama Campagna in tandem Wintour-Messina

NEW YORK — Una linea di moda, «Runway to Win» (passerella per la vittoria) ricca di borse, maglie, felpe e sciarpe a tema obamiano, in vendita sul sito ufficiale della campagna del presidente. E il quartier generale di Obama2012 a Chicago che tratta la sua rielezione come il collocamento sul mercato di un nuovo prodotto hi-tech da curare puntando tutto sui nuovi canali della comunicazione digitale.
Barack Obama, a caccia di fondi per la sua battaglia elettorale, continua a saltare da una celebrazione del «Gay Pride» a una festa con le star di Hollywood a una cena con gli stilisti della moda, inciampando saltuariamente in un Bill Clinton che nelle sue apparizioni pubbliche un po’ lo sostiene, un po’ lo sgambetta con le sue gaffe. I titoli dei giornali sono tutti per i siparietti del presidente e dell’ex, ma in campo democratico ha cominciato da tempo a muoversi un’altra «strana coppia», forse altrettanto decisiva per l’esito del voto di novembre: quella composta da Jim Messina e Anna Wintour. 
Cosa hanno in comune l’ex vicecapo di gabinetto della Casa Bianca che oggi, da «campaign manager», guida la macchina elettorale del presidente e la regina di Vogue, arcigna e inflessibile sacerdotessa dell’eleganza, la superdirettrice che crea e distrugge stilisti di successo? Nulla, salvo la comune convinzione che la partita della rielezione di Obama vada giocata senza tanto idealismo e parole d’ordine ispirate, ma puntando sui soldi e su una tecnica commerciale aggressiva, come si fa quando si vuole vendere un prodotto «cool». Ad Anna la moda — il reclutamento degli stilisti e il lancio della collezione-Obama — e a Jim la tecnocampagna basata sui consigli di consulenti d’eccezione: dal presidente di Google Eric Schmidt al regista Steven Spielberg a Steve Jobs, scomparso otto mesi fa, che l’anno scorso parlò più volte di elezioni con Obama e con lo stesso Messina.
La 64enne giornalista inglese trapiantata negli Usa che molti vedono futura ambasciatrice americana a Londra e questo ragazzone quarantenne, un italoamericano di Denver, hanno cominciato a fare coppia alle presentazioni pubbliche della collezione di moda obamiana: l’ultima, una sfilata martedì scorso a Chicago, poco notata dai «media», già  concentrati sulla successiva cena a New York del presidente a casa di Sarah Jessica Parker: sempre con la Wintour nel ruolo di maestro di cerimonie.
Molti sono colpiti dalla foga con la quale la Wintour, scesa dalla sua torre d’avorio, si è gettata nella battaglia elettorale. Organizzando perfino una gara tra giovani stilisti e mettendo insieme una collezione nella quale, a fianco dei capi disegnati dai vincitori, compaiono indumenti e accessori di firme celebri come Marc Jacobs, Narciso Rodriguez e Diane von Furstenberg. E si chiedono quanto l’associazione con mondi luccicanti come quelli del cinema e della moda possa aiutare il messaggio politico di Obama nel momento in cui l’America tira la cinghia e il lavoro scarseggia in una misura mai vista in passato.
I repubblicani hanno già  attaccato il presidente su questo terreno notando che non è stata una buona idea quella di far esordire la Wintour sul sito di Obama col suo messaggio modaiolo proprio nel giorno in cui sono stati pubblicati i dati dell’impennata della disoccupazione americana. Ma la campagna democratica non si preoccupa più di tanto, convinta che stavolta la rielezione di Obama si giocherà  lungo un’altra traiettoria.
L’ha spiegato lo stesso Messina in una lunga conversazione con Business Week: nel 2008 era tutto idealismo, volontariato, gettare il cuore oltre l’ostacolo. Messaggi ispirati rivolti a tutta l’America che non conosceva Obama. Stavolta lo conoscono tutti, l’emozione non c’è più e l’idealismo è stato sostituito dalla disillusione. Mentre, a differenza di John McCain che era debole finanziariamente, Mitt Romney, sostenuto dalle decine di milioni già  versati dai miliardari conservatori come i fratelli Koch e Sheldon Adelson, potrebbe arrivare alla fase cruciale della campagna con molte più risorse da spendere.
Messina risponde opponendo ai re delle vecchie industrie — dalla chimica al gas naturale passando per le case da gioco di Las Vegas — schierando i campioni dell’universo digitale e puntando su una campagna focalizzata ed esasperatamente tecnologica: concentrata su sette Stati considerati in bilico (Florida, Ohio, Virginia, Iowa, North Carolina, Nevada e Colorado) e nei quali il prodotto Obama va venduto a segmenti specifici dell’elettorato. Selezionati utilizzando Dashboard, la potente piattaforma che scandaglia l’intera società  americana studiando gusti, preferenze, consumi e letture abituali degli elettori potenziali. Che poi vengono raggiunti soprattutto attraverso i canali della comunicazione digitale, da FacebookTwitter, da GoogleYouTube: è il suggerimento dato da Steve Jobs negli ultimi mesi di vita e Messina lo sta seguendo. Tra le altre proposte accettate e messe in pratica, quella di Steven Spielberg di demonizzare la carriera manageriale di Mitt Romney. Il team di Obama ha lanciato RomneyEconomics.com, un sito che descrive la carriera di Mitt da capo di Bain Capital come una storia dell’orrore. Poi, però, è arrivato Bill Clinton a dire che Romney è stato un magnifico imprenditore.


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