I nuovi amici degli Usa

Sulla sua elezione a capo dello stato non incombono soltanto le dichiarazioni del candidato rivale Ahmed Shafiq, uomo del passato regime, che si dice certo di aver vinto le presidenziali e che riuscirà  a dimostrarlo nelle prossime ore. La vera sfida al potere di Morsy sono le intenzioni della giunta militare che, anche nelle ultime ore, ha continuato a far uso del bastone e della carota. Il Consiglio supremo delle Forze Armate ha annunciato che rimetterà  alla fine del mese il potere al presidente eletto durante una grande cerimonia davanti alla Corte Costituzionale. «Cerimonia che tutto il mondo potrà  seguire», ha detto il generale Mohamed el Assar. Ma l’annullamento delle elezioni legislative e lo scioglimento del Parlamento, sentenziato qualche giorno fa dai massimi giudici egiziani, ha offerto su di un piatto d’argento ai militari l’opportunità  (costruita a tavolino denunciano tanti egiziani) per non trasferire i poteri ai civili.
Prospettive che, almeno in apparenza, «preoccupano» persino i generali americani, sponsor da 40 anni di quelli egiziani. Il Pentagono ieri ha espresso forti timori sulle intenzioni della giunta militare in Egitto, che l’altra sera, a urne ancora aperte, ha fatto una nuova «dichiarazione costituzionale» che getta più di un’ombra sul futuro della transizione politica nel paese. «Sosteniamo il popolo egiziano e le sue aspirazioni, continueremo a spingere affinché il Consiglio supremo delle Forze Armate trasferisca i poteri alle autorità  elette», ha detto il portavoce del Pentagono, George Little. È significativo che l’Amministrazione Obama abbia scelto di dare la parola ai suoi militari. È un avvertimento, perché i generali egiziani non possono permettersi tensioni con il loro alleati e sponsor economici americani. Allo stesso tempo Washington ha voluto ribadire la sua accettazione di un Egitto a guida islamista. Nei mesi scorsi l’Amministrazione Usa e i Fratelli musulmani egiziani hanno avuto contatti ed incontri a vari livelli, avviando relazioni che solo due anni fa erano impensabili. 
Gli americani vedono che questo passaggio «soffice» dai trent’anni di potere dell’amico Hosni Mubarak ai possibili nuovi amici, i Fratelli musulmani, è minacciato dal colpo di stato «morbido» che i militari stanno attuando contro i diritti che il popolo egiziano si è conquistato tra gennaio e febbraio 2011. «Il nuovo presidente eletto potrà  formare il nuovo governo e il premier esecutivo potrà  scegliere tutti i ministri autonomamente, compreso il ministro della difesa», ha garantito il generale Mohammed al Assar ma in Egitto sanno che Morsy e il futuro primo ministro avranno scarsa libertà  di manovra. La giunta militare, approfittando dell’annullamento delle elezioni legislative e lo scioglimento del Parlamento, ha deciso che nuove votazioni politiche si terranno solo dopo l’adozione di una nuova costituzione da approvare con un referendum. Fino ad allora i militari manterranno il potere legislativo. Non solo ma i generali si sono attribuiti anche i poteri di bilancio, hanno introdotto nuovamente la legge marziale e si sono dati la facoltà  di nominare i componenti dell’assemblea che dovrà  scrivere la nuova costituzione.
I Fratelli musulmani hanno alzato il tiro, dando alle forze armate tempo fino alla fine del mese per lasciare il potere, come avevano promesso. «Ma non porteranno la gente in piazza a reclamare i poteri che i militari non intendono cedere», prevede Ayman Hamed, analista del quotidiano Tahrir. «Gli islamisti – aggiunge Hamed – sanno che la popolazione è stanca del caos e dell’instabilità  e che il consenso di cui godono oggi è inferiore rispetto a qualche mese fa». Secondo l’analista egiziano «Morsy non potrà  far altro che trovare un compromesso con i militari, per evitare un’azione di forza (dell’esercito) che cancelli di colpo le vittorie senza precedenti che i Fratelli musulmani hanno conseguito nell’ultimo anno e mezzo».


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