La svolta di Obama: “Sì ai matrimoni gay”

NEW YORK
Dicendo una cosa di sinistra per rilanciare la difficile rielezione. E proprio mentre il repubblicano Mitt Romney licenzia il portavoce Richard Grenell solo perché gay. Lo spiega con la serenità  del padre di famiglia, Obama. Dice di averne parlato con Michelle: «Siamo entrambi cristiani e quando pensiamo alla nostra fede crediamo che non solo Gesù si è sacrificato per noi ma che gli altri vadano trattati come noi vorremmo essere trattati». Ne ha parlato anche con Malia e Sasha, che hanno tanti amici figli di gay: «E perché i loro genitori dovrebbero essere trattati diversamente?».
E perché la sua evoluzione, come la chiama lui stesso, è durata così tanto da apparire, ora, una rivoluzione? «Pensavo che le nozze civili fossero sufficienti» confessa nell’intervista tv con Robin Roberts dell’Abc: donna e nera. E poi «sentivo che per molti la parola matrimonio evoca tradizioni e credenze religiose radicate. Ma nel corso degli anni ho potuto conoscere amici, vicini, gente del mio staff sposata con gente dello stesso sesso, che ha cresciuto i figli insieme. Penso ai nostri soldati, aviatori, marinai che hanno dovuto lottare tanto per i loro diritti» dice il presidente che ha cancellato la vergogna del bando ai gay nell’esercito. «E a un certo punto ho concluso che per me personalmente era importante andare avanti. E affermare che le coppie dello stesso sesso hanno il diritto di sposarsi».
È un tema più che delicato. Proprio due giorni fa, per esempio, il Norh Carolina ha bandito le nozze gay con un referendum. E la Carolina del Nord non è uno stato come gli altri. È quello che quattro anni fa Obama strappò ai repubblicani e fu determinante per la vittoria. È quello dove a settembre verrà  a farsi reincoronare dalla convention democratica. E poi la questione è più che divisiva. Dal 1998 a oggi per 32 volte gli americani sono andati al voto: sì o no ai matrimoni gay? E per 32 volte i gay hanno perso. E questo malgrado la maggioranza si dichiari a favore: il 52 per cento contro il 48. Una rivoluzione rispetto a dieci anni fa quando i numeri erano l’opposto: lo specchio di una società  in continua trasformazione. È il motivo per cui una materia così delicata, suggerisce Obama, possono essere solo gli stati, appunto, a legiferare. L’ultimo di sei, l’anno scorso, è stato New York. Tant’è che ieri anche il sindaco Mike Bloomberg ha festeggiato: «Giornata storica».
Certo il presidente deve aver fatto più volte i conti. A novembre non saranno più soltanto i tanto sbandierati indipendenti a decidere. Stavolta vince soprattutto chi galvanizza la sua base.
Per questo Romney è sempre più a destra inseguendo i Tea Party: e ieri ha riconfermato il no perfino alle unioni civili. Per questo Obama si riposiziona a sinistra. Tra i democratici il 65 per cento dice sì e il 34 no alle nozze gay. Tra gli indipendenti il 57 sì e il 40 no. Tra i repubblicani la partita è persa in partenza: 22 per cento sì e 74 per cento no. Per non parlare delle generosissime donazioni di imprenditori e vip omo. Stasera il presidente è atteso per la cena da 12 milioni di dollari con George Clooney: sfilerà  mezza Hollywod – dove gay e lesbiche sono una potenza.
La questione era riesplosa dopo l’uscita del vicepresidente Joe Biden. «Uomo con uomo, donna con donna: io mi trovo perfettamente a mio agio» aveva candidamente detto il suo numero due. Gaffe o assist? E pensare che già  nel 1996 quel giovane politico di Chicago aveva sbandierato di essere «a favore della legalizzazione dei matrimoni dello stesso sesso». L’ha negato per i primi quattro anni alla Casa Bianca. Basterà  adesso ricambiare idea per riconquistarne altri quattro?


Related Articles

Tutto il mondo sta esplodendo, ma noi guardiamo il nostro ombelico

Dall’Ecuador alla Bolivia, dalla Colombia al Brasile, dal Cile ad Haiti, dall’Iraq all’Iran, dal Libano all’Arabia Saudita, dalla Turchia alla Francia, ovunque stanno crescendo le proteste sociali, ma anche la repressione e la tortura

«Boston strong»: la città  liberal non si piega

BOSTON — La città  si risveglia da cinque giorni incubo — dalle bombe della maratona alla cattura di Dzhokhar Tsarnaev, il giovane attentatore di origine cecena che ha seminato morte assieme al fratello Tamerlan, a sua volta ucciso — in un week end di tiepido sole. La gente sciama nelle strade e nei parchi che venerdì erano rimasti deserti per il coprifuoco.

Balcani. Torna la manina americana sulla crisi in Serbia

Mentre l’Ue esita tra il sostegno a Vucic – non in grado di trattare sul Kosovo con l’arrogante ex leader Uck e presidente a Pristina Hashim Thaqi – e l’ abbraccio all’opposizione, si profila ora la manina americana. Una manina dov’è scritta una parola: Nato

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment