Incoronazione con rabbia

Dentro il palazzo, nelle immense e favolose sale dorate di S. Andrea e di S. Giorgio, una folla di funzionari e invitati (in prima fila un plaudente Berlusconi, in veste privata); fuori, il silenzio di un centro storico chiuso e svuotato dalla polizia. Per la prima volta, il giuramento del capo supremo è stato accompagnato da manifestazioni di protesta con arresti e ferimenti: niente di particolarmente tragico, ma a qualcuno ciò ha ricordato un’altra incoronazione di maggio, 116 anni fa, quando salì al trono lo zar Nicola II e la festa fu guastata da tumulti e parapiglia che provocarono oltre mille morti – e le cose poi andarono come andarono, fino alla fine della monarchia. 
Cupi presagi a parte, il mandato di Putin non si presenta nel modo migliore. Tanto per cominciare, il Caucaso sta nuovamente sprofondando nella guerra civile, con l’epicentro in Dagestan dove ancora sabato due attentati hanno fatto strage e dove Mosca ha dovuto inviare altri 25mila soldati per cercar di riprendere le redini di una situazione sempre più fuori controllo. In secondo luogo, le proteste di piazza non si sono esaurite con le elezioni del 4 marzo, come molti (tra cui gli stessi leader dell’opposizione) pensavano, ma si sono rinnovate e sono anche diventate più aggressive, seppur con una partecipazione un po’ meno numerosa. Domenica per la prima volta da moltissimi anni ci sono stati a Mosca veri scontri di piazza, in cui gruppi di manifestanti si sono opposti in modo anche violento alla polizia (il bilancio finale parla di una settantina di feriti tra manifestanti e agenti, e di 436 fermati tra cui i principali leader dell’opposizione), e ieri le manifestazioni si sono ripetute, di nuovo con incidenti e oltre cento fermi. Infine, per restare alle cose più macroscopiche, è sotto gli occhi di tutti la crisi del sistema politico che Putin aveva costruito nei suoi precedenti mandati: lo sfarinamento dei partiti “ufficiali” a partire da Russia Unita, l’impresentabilità  dei governatori (negli ultimi mesi del suo mandato il presidente uscente Dmitrij Medvedev ne ha dovuti licenziare una quindicina), la conclamata irrilevanza di numerose istituzioni che avrebbero dovuto garantire una tenuta democratica; nonché, sopra tutto ciò, il persistere e l’aumentare del peso della corruzione sulla vita politica, economica e sociale del paese.
Putin, come suo primo atto, ha ieri incaricato il suo predecessore di prendere il posto da lui stesso lasciato, quello di capo del governo; e gli ha dato istruzioni perché metta a punto una serie di misure “sociali”, dalla messa a disposizione di mutui a basso costo per l’acquisto della casa all’incremento delle borse di studio per gli studenti a basso reddito, alle scuole materne gratuite per tutti i bambini fra i 3 e i 7 anni. Prima delle elezioni di marzo aveva promesso provvedimenti assai più sostanziosi, inclusa una riforma delle pensioni di segno opposto a quelle che si stanno realizzando in Europa occidentale, una riforma cioè che dovrebbe migliorare parecchio le condizioni della popolazione anziana; ancora, case e salari migliori per i militari, e soprattutto una riforma fondamentale della sanità  pubblica per migliorarne l’efficienza, oggi bassissima. 
Ma tutto questo ha un costo, e oggi i forzieri statali non sono abbastanza colmi per far fronte a questo costo, tant’è che Putin ha chiesto che queste novità  “sociali” vadano a regime solo nei prossimi anni (i mutui a partire dal 2018, le misure riguardanti le scuole dal 2016). E bisognerà  comunque vedere come vanno le cose, dato che le previsioni di entrata, legate ai volubili mercati internazionali del petrolio, oggi non sono certamente incoraggianti visto che la crisi globale da un lato e i problemi ambientali dall’altro concorrono a ridurre sempre più – o comunque a non espandere – la domanda internazionale di combustibili fossili.


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