Il Dilemma delle Imprese: Quando si Potrà  «Ripartire»?

Ad animarli entrambi è un’antropologia positiva che non conosce ostacoli, l’azienda è la vita, i dipendenti un’altra famiglia. Ma, come racconta Alberto Belluzzi, un dirigente della Confartigianato, «se la volontà  è forte, oggi la natura è stata soverchiante. E lo ammetto: stasera sono demoralizzato». I capannoni e le fabbrichette dunque non si possono riaprire, i rischi sono troppo forti e per una volta bisogna aspettare. La Fiom-Cgil, che da questa parti è fortissima, già  dal pomeriggio aveva cominciato a lanciare messaggi («la ripresa del lavoro avvenga solo dopo le necessarie verifiche») e gli imprenditori sono rimasti soli con il loro dilemma. È più giusto farsi coraggio e rimettere in piedi le strutture oppure bisogna almeno per un po’ rassegnarsi per non mettere a repentaglio la vita degli operai?
Sul breve le aziende resteranno chiuse, i sindacati si sentiranno rassicurati ma tra qualche giorno i dubbi torneranno perché, se hanno ragione gli esperti, bisognerà  convivere con il sisma per un bel po’, almeno qualche settimana e i Piccoli un mese con le mani in mano non ci stanno. E poi se fino a pochi giorni fa la parola capannoni era indissolubilmente accoppiata al Veneto, il terremoto ha mostrato come l’industrializzazione diffusa abbia prodotto gli stessi fenomeni anche in Emilia. Il vanto degli artigiani modenesi, reggiani o ferraresi era che da loro le cose però erano state «governate» (verbo molto usato da queste parti) meglio, che il perimetro delle aree industriali era stato rispettato e che non c’era stato quel consumo esasperato di territorio che i nordestini oggi rimproverano a se stessi. Nella regione rossa le cose sembravano esser andate meglio ma poi il maledetto sisma ha dimostrato che tanti capannoni saranno stati costruiti pure nelle zone previste dalle amministrazioni ma non con le dovute precauzioni edilizie. E si sono sbriciolati quasi per primi.
Il modello emiliano di piccola impresa è stato studiato in questi anni in lungo e in largo. Sono stati messi in luce gli aspetti virtuosi delle ceramiche di Sassuolo, della meccanica di Cento, del biomedicale di Mirandola, solo per citare quelli più conosciuti. Un po’ tutti i distretti emiliani hanno retto alla Grande crisi, qualcuno meglio e qualcuno peggio ma quasi tutti hanno continuato a esportare aprendosi nuovi mercati di sbocco. Una prova di stress come quella di questi giorni però non l’avevano dovuta mai sopportare. Prima del sisma si discuteva delle reti di impresa, delle associazioni da modernizzare, della manodopera specializzata che non si trova, della strada giusta per vendere in Cina. Oggi l’agenda e le priorità  sono drammaticamente cambiate. Primum vivere. Riusciranno i nostri a trovare la forza per reagire in piena recessione? Franco Mosconi, professore di economia industriale e studioso del modello emiliano, non ha dubbi. Insegna a Parma ma vive a Carpi. I racconti che gli arrivano in questi giorni sanno di decimazione ma lui non ha dubbi: «Vedrete che i distretti ce la faranno. È gente tosta, non è abituata a mollare. E le reti di coesione qui sono fortissime, a differenza del Veneto da noi fare squadra è quasi un automatismo».
Lo si era già  visto nelle settimane scorse di fronte all’emergenza suicidi. Anche in questo caso i primi artigiani a togliersi la vita erano stati nordestini ma poi, a dimostrazione di qualche analogia, i casi si erano ripetuti anche in Emilia. Le vedove avevano scelto Bologna per la loro marcia silenziosa ma proprio a Modena si era tenuta un’assemblea per discutere insieme agli psicologi come portare solidarietà  agli uomini dimenticati. Ieri è stato un giorno nero e quindi è presto per sapere che iniziative saranno messe in campo per far fronte all’emergenza ma «quella moltitudine di cristiani che da Piacenza a Rimini ha costruito il modello emiliano» (parole di Edmondo Berselli) non ha nessuna intenzione di dimettersi.


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