L’urlo di Mélenchon il Santerre di sinistra che sfida Sarkozy

A sessant’anni lo stesso Mélenchon, capo del Fronte di Sinistra ( Front de Gauche) e candidato alla presidenza della Quinta Repubblica, si definisce «l’urlo e il furore», e ancora «il tumulto e il fracasso». Nonostante siano passati alcuni decenni, il personaggio continua a identificarsi in immagini forti.E non si limita ad evocarle. Le anima. Le rende viventi. Le interpreta nei lunghi, appassionati e spesso provocatori soliloqui che pronuncia, appunto con furore e fracasso, nei comizi: sulla piazza della Bastiglia a Parigi, sulla piazza del Capitol a Tolosa, sulla piazza del Prado a Marsiglia, dove raccoglie folle pari a quelle di Hollande e Sarkozy, i due principali candidati. A volte più folte. Senz’altro più entusiaste. Esaltate.

All’età  in cui un uomo, politico o non politico, ha di solito imparato a dosare i giudizi, e in generale le parole, il più che maturo “Santerre” lascia esplodere la collera. Una collera rimasta imbrigliata a lungo, dopo l’inconcludente esperienza trotskista, negli stretti abiti socialisti, indossati si direbbe con rassegnazione, come militante, ministro, senatore ed eurodeputato. Spretatosi, Mélenchon ha creato nel 2008 la sua fronda, la sua eresia: il Parti de Gauche, ispirato dal Die Linke tedesco di Oskar Lafontaine, uscito dalla Spd come Mélenchon dal Partito socialista.

E adesso infine si sfoga, dicono gli psicologi specializzati in leader politici. Ha un temperamento che si incendia facile. E’ nato in Marocco, a Tangeri, e ha ascendenze siciliane e spagnole. Si sfoga sul serio. Si pensi a come parla dei giornalisti della sinistra liberale, quelli del Nouvel Observateur: dice che «devono essere rimandati come i topi nella fogna a colpi di ramazza». E il direttore del settimanale, Laurent Joffrin, risponde ricordando che Mélenchon persevera in una lunga tradizione: i comunisti dicevano di Sartre che era «una iena dattilografa». Il capo del Front de Gauche ha riacceso la polemica tra le due sinistre, quella riformista e quella estrema, radicale. L’ha riesumata nel momento politico più propizio per attirare l’attenzione, definendo il candidato Franà§ois Hollande un leader di sinistra inutile, come può esserlo un socialdemocratico. La campagna presidenziale è la principale consultazione nella Quinta Repubblica. Durante la gara per il primo turno (22 aprile), gli attuali dieci candidati alla massima carica dello Stato offrono agli elettori l’occasione di sbizzarrirsi, di scegliere liberamente, per le idee o la simpatia, il loro campione; la vera decisione sarà  presa più tardi, dopo una pausa di due settimane, al ballottaggio (6 maggio), quando in campo saranno rimasti soltanto due dei dieci candidati iniziali. Stando alle quotidiane indagini d’opinione, Mélenchon non può arrivare al finale. Il pronosticato 15% non basta.

Ma il suo attuale successo si riverbererà  sulle elezioni di giugno, quelle legislative, che seguiranno le presidenziali. Di solito le legislative premiano il capo dello Stato appena insediato. Ma nel caso quest’ultimo ottenesse una maggioranza risicata, destinata a lasciare metà  del paese insoddisfatto, e con la voglia di negare al neoeletto l’appoggio del Parlamento, ci potrebbero essere delle sorprese. Il presidente, senza il sostegno dell’Assemblea nazionale, la camera bassa, potrebbe essere subito dimezzato nei suoi poteri.

Questa improbabile ipotesi va prospettata per sottolineare che la gara per il primo scrutinio può comunque lasciare delle tracce, oltre ad offrire la possibilità  di apparire sulla ribalta nazionale. Mélenchon che ha sognato in gioventù di essere “Santerre”, un personaggio simbolico della grande rivoluzione, e che adesso si sente «l’urlo e il furore» del popolo di Francia, occupa con grande successo quella ribalta. L’oscillante 15% dei consensi virtuali attribuitigli possono essere determinanti.

Possono essere positivi o negativi per la sinistra. Nonostante la polemica con i riformisti, i voti raccolti da Mélenchon al primo turno dovrebbero riversarsi al ballottaggio su Franà§ois Hollande, leader della sinistra, e favorire, anzi consentire la sua vittoria su Nicolas Sarkozy. Questo il fattore positivo.

Quello negativo è che l’effetto «urlo e furore» di Mélenchon possa allontanare gli indispensabili elettori centristi o gollisti più sensibili. Già  adesso Nicolas Sarkozy insiste sull’estremismo di Mélenchon. Il quale potrà  influire, a suo avviso, sulla politica di Franà§ois Hollande, e quindi spaventare i mercati finanziari, nel caso quest’ultimo venisse eletto presidente. Sarkozy non nasconde tuttavia un debole molto personale per il candidato dell’estrema sinistra. Si dichiara sensibile, sul piano umano, al fatto che sia un ammiratore di sua moglie Carla Bruni. Mélenchon dice infatti di amare le sue canzoni. Le ascolta spesso. Lo fanno sognare, sostengono con perfidia i suoi avversari.

Il successo della campagna elettorale di Mélenchon è senz’altro dovuto alla sua capacità  di esaltare la folla, alle sue doti di tribuno. Ma ha contato e conta anche la dinamica propria del Front de Gauche, che ha creato una forza politica consistente, qualcosa di simile a un fronte popolare, alla sinistra del Partito socialista. La coalizione è nata nel 2009 da quel che era rimasto del Partito comunista (1,93 % alle elezioni del 2007), dal Partito di Sinistra di Mélenchon, da altre piccole formazioni e da trotskisti e verdi senza ancoraggio, in libera uscita. Su questa base, grazie alla sua abilità  di tribuno, Jean-Luc Mélenchon ha «rimesso alla moda il rosso «.

Il suo discorso si basa sulla crisi del sistema capitalistico. Condanna il mondialismo. Gira le spalle all’Europa. Auspica la nascita di una Sesta Repubblica in cui il popolo conti sul serio. A fondarla dovrebbe essere una « révolution citoyenne », cioé una volontà  espressa da un voto democratico. I richiami alla Cuba di Fidel Castro e al Venezuela di Hugo Chavez restano nel sottofondo, e non sono tanto l’espressione di un’affiliazione ideologica quanto un pretesto per manifestare l’ostilità  nei confronti degli Stati Uniti.

Definito dai critici surrealista, il programma del Front de Gauche, disegna un orizzonte per ora irraggiungibile. Esige tra l’altro il salario minimo a 1.700 euro; il rimborso al 100% delle spese sanitarie; fissa il reddito massimo di un cittadino a 360 mila euro all’anno; chiede il riesame del codice del lavoro al fine di vietare la precarietà ; si propone di creare uno statuto sociale per tutti i giovani al fine di garantire la loro autonomia economica. Per ritrovare un avvenire, dice Mélenchon, bisogna affrontaree sconfiggere il capitale finanziario. Il successo di Mélenchon non è dovuto a quel che promette, ma a quel che denuncia. E al modo diretto, brutale, con cui lo fa. Molti virtuali elettori socialisti accorrono ai suoi comizi per «ingelosire» e incitare Franà§ois Hollande ad assumere posizioni più di sinistra.

Le provocazioni di Mélenchon, il suo linguaggio spesso crudo, attirano molti « bobo» parigini (i bourgeois-bohème ), discendenti dei «gauscisti» di un tempo, delusi dalla pallida sinistra di Hollande.

Seduce in Mélenchon la schietta denuncia della corruzione che regna nel mondo. E’ il candidato prediletto dagli autori di romanzi polizieschi. Uno di loro, Jérome Leroy, scrive che al di là  della sua abilità  di tribuno, Mélenchon piace perché è il solo a denunciare, con parole che fanno male, una realtà  francese trascurata da tutti.

In questo senso il suo comportamento è simile a quello di un autore di noirs. Come un romanzo poliziesco lui, Mélanchon, è urlo e furore, tumulto e fracasso.


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