«Una nuova Intifada per sfidare Israele: quella non violenta»


Mi sono ripreso. Ora sto meglio. Ma più che nel fisico, è il morale che è alto. Perché il 30 marzo è stato un grande giorno. Lo è stato perché nessuno pensava che saremmo riusciti a dar vita a una mobilitazione che ha coinvolto migliaia di persone. È stata una grande giornata, quella di ieri (venerdì, la “Giornata della Terra”, ndr), perché abbiamo realizzato una protesta non violenta, unitaria. E questo mi dà  speranza per il futuro». A parlare, da un letto di ospedale a Ramallah, è una delle figure più rappresentative della Palestina laica, progressista: Mustafa Barghuti. Il leader del partito di «Iniziativa nazionale» (Mubadara), è stato colpito alla testa da un lacrimogeno nel corso di scontri tra manifestanti palestinesi e soldati israeliani presso il check-point di Kalandya. Della sua vicenda personale, Barghuti ha poca voglia di parlare. Lo fa solo per contestare una ricostruzione che lo vorrebbe colpito da un lacrimogeno israeliano ma da un pugno sferratogli da un militante del Fplp palestinese. «È un’affermazione ridicola taglia corto Barghuti -. La più ridicola che abbia mai sentito. Perché un palestinese avrebbe dovuto attaccarmi? Siamo tutti sulla stessa barricata. Io sono un dirigente palestinese».
Le proteste della Giornata della Terra tenute dalla popolazione palestinese equivalgono a terrorismo politico: parole di Danny Ayalon, vice ministro degli Esteri d’Israele.
«Per Israele chiunque si opponga all’occupazione è un “terrorista”. Ma le parole di Ayalon non sono solo provocazione allo stato puro, denotano anche qualcos’altro». Cos’altro?
«Denotano preoccupazione. Perché ciò che è avvenuto venerdì scorso è qualcosa di molto importante. Decine di migliaia di persone hanno dato vita a una protesta non violenta, unitaria. Dimostrando così che esiste una terza via tra rassegnazione e una pratica militarista: è la via della disobbedienza civile, di una rivolta popolare in cui ognuno si sente partecipe, protagonista.
Un’una nuova Intifada: l’Intifada non violenta».
Quella evocata anche da un altro Barghuti: Marwan, il leader di Al Fatah da anni in carcere in Israele.
«Ho letto l’appello di Marwan e condivido non solo le conclusioni ma soprattutto la premessa: siamo di fronte ad un fallimento della strategia negoziale portata avanti dal presidente Abbas (Abu Mazen). Ed è fallita perché di fronte a noi abbiamo una controparte che ha sempre inteso il “negoziato” come un guadagnar tempo, come fumo negli occhi della comunità  internazionale. Far finta di negoziare e intanto svuotare il negoziato di ogni significato concreto, portando avanti sul campo la politica dei fatti compiuti: espropriare i palestinesi della loro terra, portare a termine il muro dell’apartheid in Cisgiordania, continuare a fare di Gaza una prigione a cielo aperto, isolata dal resto del mondo. La realtà , purtroppo, ha confermato quanto ho avuto modo di sostenere più volte in passato».
Vale a dire?
«Cambiano i governi, ma la musica resta sempre la stessa: i governanti israeliani cercano di incastrare i palestinesi in un angolo della scacchiera dove non c’è alcuna possibilità  di scelta. Se diciamo di essere d’accordo sulla soluzione dei due Stati, ci propongono un bantustan. Se affermiamo che, stando così le cose, preferiamo uno Stato unico e democratico, ci accusano di voler distruggere Israele».
C’è chi sostiene che l’alternativa al negoziato è la lotta armata.
«Non sono di questo avviso. Israele sembra conoscere solo il linguaggio della forza, e sfidarlo su questo terreno è assolutamente perdente. La militarizzazione dell’Intifada è stata una scelta sbagliata, un tragico errore. La resistenza non violenta è il terreno su cui sfidare Israele. E al tempo stesso, occorre praticare il dialogo dal basso, con quella parte della società  israeliana che continua a credere in una convivenza possibile, fruttuosa tra due popoli e due Stati. Per questo non dobbiamo stancarci di spiegare che la nostra era e resta una lotta di liberazione nazionale, machenonè,enonèmaistata,una lotta contro gli ebrei. Ci hanno attaccati, non siamo stati noi ad attaccare. Hanno preso la nostra terra, noi non abbiamo preso la terra di nessuno. La nostra lotta è per realizzare un nuovo Stato, lo Stato di Palestina, e non per cancellarne uno, lo Stato d’Israele. Nessuno s’illuda: lo status quo non potrà  durare ancora a lungo. Quello palestinese non sarà  mai un popolo di rassegnati».


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