«Le aziende cinesi possono puntare anche al controllo di alcune imprese italiane»

Jing Ulrich Il presidente dei mercati globali per la Cina di J. P. Morgan vede grandi possibilità  di investimento in Italia per le aziende cinesi
Noi abbiamo il “cash”, i contanti. Voi avete debiti. Dunque ci sono moltissime opportunità  per società  cinesi che vogliano investire da voi. Prima di tutto, come è ovvio, per i settori in cui siete famosi: il lusso, la moda, le auto e il design; cose che i cinesi amano. Ma si può pensare anche a investimenti nelle infrastrutture e in asset industriali. E poi ci sono i titoli di Stato italiani, che potrebbero essere anch’essi un’opportunità  per gli investitori finanziari cinesi».
Jing Ulrich, presidente dei mercati globali per la Cina di J. P. Morgan è il nome da sentire per capire che cosa le imprese del Dragone potranno e vorranno fare in Italia. Nata a Pechino, studi ad Harvard e Stanford, compare regolarmente nelle classifiche delle donne più potenti nel mondo della finanza e dell’economia. Sotto il sole di Cernobbio, dove partecipa al Forum Ambrosetti, tra un bicchier d’acqua naturale e l’ennesimo ritocco di rossetto a favore di telecamere e fotografi, spiega che quel che Pechino aspettava era solo un via libera ufficiale del governo. Ma di quello italiano.
Perché i capitali cinesi dovrebbero investire nelle aziende italiane, che spesso sono imprese medio-piccole?
«Perché ci possono essere molte sinergie. La Cina sta imparando rapidamente a conoscere il vostro Paese, anche attraverso il boom del turismo, ma mancano gli investimenti diretti».
Scarso interesse o c’è qualche ostacolo?
«Il problema, non solo per investire in Italia, ma in tutta Europa. è quello di avere l’approvazione delle autorità  nazionali. E’ un processo che può avere bisogno di qualche tempo. Ma di sicuro l’ampiezza degli investimenti cinesi in Italia può aumentare molto, visto che adesso sono così bassi».
Le parole pronunciate a Seoul dal presidente cinese Hu Jintao, che ha spinto a investire di più in Italia, sono state lette da noi come rivoluzionarie. E’ così?
«No, non credo. Io penso che l’interesse per gli investimenti in Italia sia già  molto diffuso e presente. Deve solo concretizzarsi. E perché questo avvenga, ripeto, serve un via libera del vostro governo».
Secondo lei le imprese punteranno a quote di controllo?
«Penso che sia possibile tutta una gamma di soluzioni: dalle quote di minoranza a quelle di controllo, arrivando anche alla proprietà  completa».
Ma le prospettive economiche dell’Italia non sono certo entusiasmanti, specie se paragonate a quelle della Cina. Questo potrebbe essere un ostacolo agli investimenti?
«Non necessariamente. Il problema del ciclo economico riguarda tutti i paesi europei, non solo l’Italia. Ma proprio in tempi difficili si possono trovare buone occasioni di acquisto, anche con valutazioni vantaggiose per chi compra. E poi in alcuni settori, ad esempio quello della moda, le aziende italiane sono grandi esportatrici. Spesso si tratta di brand che hanno ormai il loro primo o secondo mercato proprio in Cina»».
Anche Pechino, però, dà  qualche segno di rallentamento. Che prospettive vede per l’economia cinese nel 2012?
«Penso che ci possa essere un “atterraggio morbido”, visto che il governo ha decisamente cambiato registro: dalla lotta all’inflazione è passato al sostegno alla crescita, anche attraverso sgravi fiscali. Il governo centrale prevede che nel 2012 ci sia una crescita del Pil del 7,5%, ma la maggior parte degli economisti e degli analisti ritengono più probabile che si vada vicini all’8%».
Una previsione più ottimistica che si avvererà  subito?
«No, anzi, nel primo trimestre probabilmente la crescita sarà  più bassa. Ma nella seconda metà  dell’anno il governo dovrebbe mettere in atto azioni di stimolo, anche se non troppo forti, che dovrebbero dare i loro effetti».”


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