La preoccupazione del governo sui conti «Mancano 17 miliardi»

ROMA — «Mancano 17 miliardi di euro!». I ministri si passano fra loro la stima riservata con apprensione e anche una punta di frustrazione. E dunque altro che misure nuove per la crescita come chiedono Abc; altro che allentamento del rigore, come rimarcato dal premier Mario Monti: idee nuove non ce ne sono, almeno non in grado di far uscire il Paese dalle secche della recessione in fretta; quelle che ci sono produrranno effetti, al più presto, nel medio periodo.
Di altri tagli si discute a palazzo Chigi nelle ore che precedono il vertice con Alfano, Bersani e Casini. Tagli che non riguardano l’oggi, le previsioni di pareggio di bilancio nei prossimi due anni, ma quelle dal 2015 in poi: le manovre sin qui fatte, da Tremonti a Monti, arrivano a «coprire» sino al 2014. Poi, con numeri e norme attuali, mancherebbero appunto, «a regime», ben 17 miliardi.
La stima che circola a palazzo Chigi è ben nota a Monti. È stata discussa dal ministro Giarda con alcuni colleghi ed è difficile che non se ne sia parlato anche ieri sera, nella riunione che ha visto coinvolto mezzo governo con i leader della maggioranza. Diciassette miliardi non sono tanti, almeno se paragonati alle manovre dello scorso anno, ma nemmeno pochi: forse anche per questo motivo le maggiori entrate che si prevedono dal recupero dell’evasione fiscale non sono state destinate ad un Fondo per abbassare la pressione fiscale.
Se dunque Alfano vorrebbe un’attenuazione del prelievo previsto dall’Imu, così come un intervento per scongiurare l’aumento dell’Iva, e se Bersani chiede misure simili a delle patrimoniali per trovare risorse da investire nella crescita, ieri Monti e i suoi ministri hanno affrontato l’argomento da tutt’altra prospettiva. In sintesi: se quest’anno il governo è certo di poter escludere una manovra correttiva, così come assicurato anche ieri sera da Monti, analoga certezza non si può spendere per il medio periodo. Tanto più se le stime del Fondo monetario internazionale sul prodotto interno si rivelassero più vicine alla realtà  di quelle che l’esecutivo approverà  stamane, con maggiore ottimismo, insieme al Documento di Economia e Finanza.
«Stiamo cercando in tutti i modi di attirare capitali privati. Forse non si sono resi conto delle regole europee sui conti pubblici, di quello che prevede il Fiscal Compact». Ieri pomeriggio, a palazzo Chigi, si predisponevano anche in questo modo ad accogliere i leader della maggioranza e le richieste sulla crescita avanzate nelle ultime ore.
Se un equilibrio definitivo sul mercato del lavoro sembra prossimo ad essere raggiunto, se Passera è convinto che buona parte delle misure già  prese daranno frutti nel medio periodo, se alcune idee nuove (si è discusso anche di un allentamento del Patto di stabilità  per i Comuni, consentendo agli enti locali di pagare i privati con il patrimonio immobiliare) prendono lentamente forma, di certo la parte del leone dell’incontro è spettata allo stato dei conti pubblici, stressati anche dalla risalita dello spread: «Se continuerà  a viaggiare sopra i 350 punti — aggiungevano ieri nello staff del presidente del Consiglio — avremo difficoltà  enormi a reperire risorse».
Del resto ieri, al termine dell’incontro con il premier finlandese, Monti è stato chiaro: «Il tallone d’Achille dell’Europa è la questione della crescita»; e l’unica «ricetta» antirecessione sono le «riforme strutturali». Considerazioni cui è seguito un monito che può essere letto come un messaggio anche a Bersani, Alfano e Casini: «Le tensioni delle ultime settimane mostrano che non dobbiamo abbassare la guardia; occorre continuare a lavorare per porre le finanze pubbliche su una base più sana e proseguire con le riforme».
Parole che lasciano poche speranze a quanti chiedono risorse o interventi immediati per rilanciare l’economia e che spiegano l’ansia del governo rispetto agli investimenti stranieri nel nostro Paese. Il vertice di ieri sera si è aperto con le relazioni dei ministri Patroni Griffi e Severino sul ddl anticorruzione, argomento che oggi funge da deterrente per gli investitori stranieri.


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