Censura e manette per zittire le voci di golpe in Cina


Chiamiamola coincidenza inopportuna. Mario Monti a Pechino incontra il suo omologo Wen Jiabao. Parlano delle prospettive di collaborazione economica fra i due Paesi, ma Monti nota anche «l’attenzione del premier cinese nel descrivere l’evoluzione in corso per accrescere il controllo dei cittadini sullo svolgimento delle attività  dello Stato». In quelle stesse ore le autorità  locali annunciavano una stretta poderosa ai danni della libertà  di comunicazione su Internet.
Wen Jiabao, destinato comunque a uscire di scena in ottobre, è noto per evocare l’improcrastinabilità  di riforme democratiche, che lui non sa imporre e molti colleghi fanno di tutto per evitare. Il colpo inflitto ieri ai media nella Repubblica popolare dimostra chiaramente quale tendenza stia prevalendo. Sedici siti web sono stati chiusi, e 6 persone arrestate per avere diffuso voci su preparativi di golpe nella capitale. Vietato sino al 3 aprile “postare” commenti sui due surrogati locali di Twitter: Sina Weibo e Tencent Weibo. Secondo l’Ufficio statale per l’informazione online, quelle notizie infondate potevano avere «un’influenza molto negativa sul pubblico». Il Quotidiano del popolo, organo del partito comunista, sottolinea la necessità  di evitare che «bugie contrabbandate per fatti, danneggino l’ordine, la stabilità  e l’integrità  sociale».
In Cina è in atto una furibonda lotta per il potere. I racconti fantasiosi sul dispiegamento di carri armati nelle strade di Pechino sono frutto di quel clima di tensione. Il ricorso alle manette e alla censura tradisce un antico vizio autoritario, ma anche il panico delle autorità  di fronte al rischio che prima o poi assieme alle bufale sui tank in marcia verso la Tiananmen, esca la verità  sullo scontro per l’egemonia in vista del congresso d’autunno. La verità  magari sul siluramento di Bo Xilai, capo della tendenza filo-maoista, che aspirava a un ruolo di eminenza grigia nei futuri assetti di vertice, alle spalle del già  designato leader supremo Xi Jinping. La sua rimozione da segretario del Pc nella città  di Chongqing si colora sempre più di giallo. Mistero sulla destituzione di Wang Lijiun, il superpoliziotto che agli ordini di Bo aveva condotto una popolarissima caccia ai corrotti, prima di cercare invano asilo politico in un consolato Usa. Mistero sulla morte, sempre a Chongqing, di un businessman inglese, Neil Heywood, che lavorava per una ditta di consulenze strategiche di Londra, la Hakluyt, composta da ex-ufficiali del controspionaggio britannico.


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