La Cassaforte d’Oriente

  HONG KONG – Quando i mandarini cinesi cedettero Hong Kong alla Gran Bretagna, come bottino delle guerre dell’oppio, questo era un villaggio di pescatori. Un secolo e mezzo più tardi, e molti traffici dopo, nel 1997 Pechino ha strappato a Londra la decima economia del pianeta. Sono passati 15 anni esatti e l’ultimo bastione dell’Occidente in Asia si è trasformato nel più avanzato presidio dell’Asia in Occidente. Il mondo, nella cassaforte dell’Oriente, si è distrattamente rovesciato. «Guardi i grattacieli di Central – sorride il sociologo Ma Ngok – e le ville che salgono al Victoria Peak. Ai cinesi era vietato anche farci due passi. Oggi è tutto loro. Mettiamo in scena un angolo democratico di Svizzera, ma il pane ormai viene imburrato a Pechino». 
Fino agli anni Settanta, e prima che lord Chris Patten salpasse sul Britannia con il principe Carlo, i perseguitati da Mao e dalle Guardie Rosse si rifugiavano sulle isole dei Nuovi Territori. Una massa di poveri fuggiva dal comunismo verso la «città  della vita», in cerca di fortuna e di libertà . Oggi decine di voli quotidiani dalla Cina, riversano in Admiralty l’establishment del partito comunista, i nuovi miliardari e il ceto medio in cerca di alta moda, orologi, oro, vino e capolavori dell’arte. I primi, oltre la «cortina di bambù», non tornavano più. I cinesi di adesso, preso l’aliscafo per concludere lo shopping in uno dei 27 casinò di Macao, rientrano in giornata in quello che chiamano «il continente». «Semmai – dice Li Rowena, friggitrice di pollo in Stanley Street – ora sono i nostri figli a rimpatriare». Nell’ex Victoria si accede con il passaporto, si guida a destra e il mandarino è terza lingua, dopo cantonese e inglese. In 15 anni però la storia è compiuta. Poche visioni urbane sono così straordinarie, verticali e più occidentali di Manhattan. La prova che l’ideologia comunista è defunta, è che anche ai nuovi tecnocrati del capitalismo cinese interessa esclusivamente fare soldi: questo appare evidente. Ci si fida poco. Quando si cambia, il cassiere trascrive il nome dello straniero sulla banconota. Uffici e palestre chiudono a mezzanotte e riaprono dopo 2 ore: follie inaccettabili, nella grande Cina. «Si pensa che resistano – dice l’avvocato Eric Cheung Tat-ming – un Paese e due Sistemi. Invece il Sistema ormai è uno solo: capitalismo esasperato». I risultati fanno impressione. Una città  cinesizzata di 7 milioni di abitanti è l’economia più competitiva al mondo, la più libera e la prima destinazione degli investimenti stranieri in Asia. E’ il primo porto commerciale del pianeta e la sesta regione per ricchezza pro capite, la prima per riserve personali in valuta straniera. Vi risiedono 800 miliardari, di cui 35 tra i mille più ricchi. Nel 2011 il giro d’affari ufficiale è stato di 910 miliardi di dollari. Il Pil è cresciuto del 5%, l’export del 10%, il turismo del 17%. «Come non brindare alla riunificazione – dice Martin Lee, storico militante democratico – e a quella che Pechino chiama liberazione. Ma siamo passati da un’occupazione all’altra e l’eterno giogo coloniale è ancora più stretto». 
Un limbo politico infinito, ma uno stato si diritto a termine: regione amministrativa speciale fino al 2047, in cambio di montagne di denaro. A Hong Kong lucicca ovunque: nelle banche, nella Borsa che capitalizza più di quella di Tokyo, nelle compagnie di assicurazione, nei quartieri generali asiatici delle multinazionali, nei grattacieli e negli alberghi di lusso. Ecco perché le cosiddette elezioni di domenica, nel nuovo rifugio dei capitali in fuga dall’Europa verso la nicchia sicura della Cina, sono più decisive di quelle che si potrebbero svolgere in una stanca potenza del G20. «Viene nominato il leader cittadino – dice Dan Chan Koon-hong, rappresentante degli studenti universitari – ma è una finzione. I cinesi ripetono: educare il pollo per ammaestrare le scimmie». Alle elezioni, è ovvio, in Cina la gente non vota. Hong Kong non elegge un sindaco. Qui si chiama «chief executive» ed è realmente l’amministratore delegato di una città -Spa. Viene nominato da un comitato di lobbysti delle corporazioni ed esercitano il diritto di voto anche i non umani: categorie, banche, imprese, ditte di import-export, società  edilizie e perfino i medici tradizionali, che mai tradirebbero la patria. I grandi elettori pro-business sono 1193: solo una manciata quelli eletti dal popolo. Deng Xiaoping trattò con Margaret Thatcher un meccanismo a prova di democrazia. Pechino regola gli affari e dunque sceglie i commissari elettorali. E controlla anche il parlamento cittadino, di cui si è riservata la metà  dei seggi. Il resto è lasciato ai votanti, divisi tra filo-cinesi e democratici. «E’ un capolavoro – dice James To Kun-sun, docente di diritto – il pacchetto si presenta democratico, ma il regalo è un autoritarismo in cui un consiglio di amministrazione sostituisce il partito. La Cina non può scendere sotto i due terzi dei posti. Si vota, ma il candidato democratico perde sempre: è una soddisfazione». 
Molti in Asia sostengono che Hong Kong è il modello in cui la Cina e il resto del mondo sono tentati di trasformarsi. Stati-azienda sino-occidentali, impegnati e regolare il business con la rapidità  delle imprese per produrre denaro. «Nuove democrazie – dice Wong Sing-chi, giurista dei democratici – in cui l’economia esce dal controllo dei cittadini. La politica rimane elettiva, ma si occupa solo di problemi sociali, o dei servizi. La Russia, il modello-Hong Kong, lo applica già ». L’aspetto divertente, restando l’esperimento incompiuto, è che elezioni in cui tutto è deciso a 2mila chilometri di distanza, sono un brutto problema. La città  resta un’enclave di libertà  di espressione, stampa pluralista, magistratura indipendente e multipartitismo. Va in scena così una spettacolare campagna elettorale vera, ma con candidati finti. Un cortocircuito: manifesti con la faccia degli aspiranti «chief», sondaggi, drammatici faccia-faccia in tivù, oceanici comizi, appelli online, scambi di accuse, rivelazioni di segreti, minacce di querele e scandali che fanno impallidire quelli per cui da decenni Europa e Usa pagano il biglietto. Ricorda una vecchia pièce teatrale e a Pechino ha sempre fatto piacere: uno spot mondiale del gioco democratico ridotto al vuoto della propaganda rissosa. Qui però il copione è sfuggito di mano: al punto che, a differenza del voto a Taiwan e del micro-test elettorale a Wukan, l’eccezionalità  delle tre elezioni in tre mesi nella Cina di regime sono state infine censurate fuori da Hong Kong. 
Per non turbare l’anno della decennale transizione del potere a Pechino, lo schema era stato semplificato da tempo. Domenica uscirà  di scena l’attuale «chief executive» Donald Tsang. Tre i candidati alla successione: Henry Tang, prima scelta di Pechino e delle imprese, Leung Chun-ying, seconda scelta dei cinesi non sgradita ai tycoon locali delle costruzioni, e Albert Ho, esponente democratico necessario per rendere presentabile la corsa a due. Uno show di simil-democrazia sarebbe stato perfino accettato. Invece sull’asse Pechino-Hong Kong qualche accordo è saltato e nell’arcipelago del mar cinese meridionale va in onda uno scontro che allarma anche le Borse. Per l’uscente Donald Tsang è stato chiesto l’impeachment. Avrebbe trascorso i week-end su yacht e jet di amici imprenditori, cenato e non solo nei casinò di Macao a loro spese, fino ad acquistare un super-attico a Shenzhen da una società  coinvolta nel suo governo. Poi è scoppiata la bomba Henry Tang. Erede di una dinastia tessile, numero due dell’amministrazione, ha dovuto ammettere un abuso edilizio di oltre 2mila metri quadri. Sotto la sua villa, ha realizzato un centro benessere giapponese, sale da gioco e una cantina per conservare una delle più esagerate collezioni di vini dell’Asia. Peccato che proprio lui abbia abolito i dazi sulle importazioni del vino, trasformando Hong Kong nella principale sale d’aste mondiale per gli alcolici d’annata. La bufera sembrava passata, quando è sbucato un figlio concepito in Inghilterra, non con la moglie. Tang, nonostante l’appoggio del multimiliardario Li Ka-shing, è crollato nei sondaggi attorno al 20% ed è infine inciampato in una crisi di nervi: ha accusato il rivale Leung Chun-ying di aver proposto l’uso della forza contro la folla che nel 2003 protestava per il tentativo di introduzione delle leggi liberticide. Troppo anche per gli sponsor di Pechino, terrorizzati dall’idea di un business in fuga dall’instabilità . E’ giunto così il turno di Leung Chun-ying. Boss delle immobiliari, si era proposto come soluzione di compromesso: sensibile alla speculazione edilizia ma pure alle case popolari, agli ordini di Pechino ma non contrario agli interessi dei nativi di Hong Kong. Prima sono emersi i suoi interessi privati nella costruzione di un mega-complesso culturale a Kowloon. Poi è deflagrato lo scandalo di «Shanghai Boy». Leung Chun-ying è stato scoperto a cena con l’uomo d’affari Kwok Wing-Hung, nome d’arte appunto «Shanghai Boy», uno che veste come solo certi cinesi sanno fare, temuto capo della «politica dell’oro nero». Sono i riciclatori che tengono i contatti tra la politica, il business e le Triadi cinesi, società  segrete di stampo mafioso che dalla cacciata dei giapponesi Pechino assolda per intimidire il movimento democratico. Hong Kong e Macao sono storicamente sotto il controllo delle Triadi, a cui la Cina ha affidato il mantenimento della stabilità  in cambio di un flusso costante di furgoni carichi d’oro. Gli affari si chiudono però nella discrezione, nessun aspirante «chief executive» si sognerebbe di cenare in pubblico con un capo della mafia cinese. La seconda scelta di Pechino, diventata a malincuore la prima dopo il crollo di Henry Tang, si è scusata giurando di non avere avuto idea di chi fosse quell’uomo strano che gli mangiava accanto. Leung Chun-ying però ha tenuto, avventurieri, trafficanti e spie qui sono di casa. Adesso è il favorito, il futuro leader cinese Xi Jimping lo spinge e gli resta un gradimento sopra il 40%, rispetto al 10% della bandiera democratica Albert Ho. 
Per la Lugano dell’Asia però, come per Pechino, è una catastrofe: il nuovo caveau globale, paradiso fiscale politicamente corretto, pista d’allenamento dello yuan quale prossima valuta di riserva, laboratorio del più sofisticato esperimento di democrazia-autoritaria governata dai patrimoni, sconvolto dagli scandali che tradizionalmente avvelenano la vita in Occidente. «Il problema – dice Michael Chugani, veterano dei commentatori televisivi – è capire perché improvvisamente la ratifica locale del proconsole individuato a livello nazionale, si è trasformata in una guerra. Da sempre Hong Kong ha prosperato grazie al lavoro sotterraneo degli agenti cinesi e all’inclinazione a saper chiudere un occhio, quando è necessario. Ma questa volta non lo ha chiuso». 
L’elezione di domenica è dunque realmente, per la prima volta in Cina, un thriller che potrebbe sfociare in un fallimento. Se uno dei tre candidati non riceverà  600 voti, la nomina salta e si riprova in maggio. Per Pechino sarebbe una sorprendente ammissione d’impotenza, dopo la pericolosa frattura nel partito causata dall’epurazione di Bo Xilai. Anche per la città  trovare facce alternative, di cui non vergognarsi, pare però che non sia semplice. «Ciò che spaventa di più – dice Jason Chu-Kam Chuen, affitta-giunche nel porto di Aberdeen – è che tutti sembrano infettati dal virus della democrazia, mentre gli antibiotici cinesi si rivelano inefficaci. Si era deciso che contano solo i soldi, bene, tutti d’accordo. Invece adesso i finti-candidati non parlano che di diritti. E allora no, così ci si brucia: perché la posta in palio non è il futuro di Hong Kong, ma quello della Cina». E’ un fatto. Da settimane Tang, Chun-ying e ovviamene Ho, promettono che se eletti «chief» si batteranno per concedere alla città  elezioni a suffragio universale entro il 2017. In verità , secondo Pechino, sarebbe già  dovuto accadere dal 2007. 
L’incompiuta di Hong Kong è però un iceberg istituzionale che si scioglie goccia a goccia. L’appuntamento con i mercati globalizzati incombe e altre piazze del Sudest asiatico, meno etero-dirette, potrebbero soppiantarla dandosi una verniciata di garanzie e di valori democratici non incompatibili con uno sviluppo economico sano. E allora? Chi vince domenica manterrà  la promessa delle prime elezioni vere nella storia della Cina? Pechino è pronta per portare il partito all’esame della gente in cinque anni? Cosa accadrà  quando il nuovo «chief» di Hong Kong sarà  costretto a rimangiarsi la parola? Chissà . Ma sono questi pensieri più vasti, che dalle gioiellerie di Nathan Road salgono verso il bisogno di ragioni non solo materiali, di credere in qualcosa per andare avanti insieme, che alimentano in profondità  una campagna elettorale che altrimenti non avrebbe senso. I cittadini di Hong Kong cominciano a sentirsi prigionieri negli shopping center, sanno bene che qui ogni sogno è sempre finito, che la ricchezza è il primo a tramontare: e si svegliano infine più affezionati alla giustizia e alla libertà  di quanto essi stessi sospettassero. Sul tetto della torre più alta del Central District, il quartiere finanziario, sventola la bandiera rossa con le cinque stelle. 
Nel grattacielo dalla parte opposta della baia, oggi i candidati si sfideranno nell’ultima «simulazione di voto». L’equivoco della fusione felice tra comunismo e capitalismo, dell’attrazione fatale delle democrazie economiche verso gli autoritarismi, si guarda in faccia e s’accorge che non s’intende più com un tempo. «A Hong Kong – saluta l’industriale William Louey – 15 anni fa la finanza ha benedetto il primo abbraccio tra Oriente e Occidente, reduci dalla Guerra Fredda. Però mi creda, qui restiamo gente di mare: conta ciò che finisce nella rete, ma ancora moriremmo per sentire il vento della libertà  che finisce nelle vele».


Related Articles

Alain Touraine. Il realismo visionario del mondo che verrà

Un’intervista con il teorico francese Alain Touraine, in Italia per un ciclo di conferenze

Balcani. Torna la manina americana sulla crisi in Serbia

Mentre l’Ue esita tra il sostegno a Vucic – non in grado di trattare sul Kosovo con l’arrogante ex leader Uck e presidente a Pristina Hashim Thaqi – e l’ abbraccio all’opposizione, si profila ora la manina americana. Una manina dov’è scritta una parola: Nato

Honduras, Hernández ha «vinto» le elezioni, proteste e accuse di brogli

Honduras. Risultato stranamente ribaltato a favore del presidente dopo che lo spoglio era stato sospeso dal Tribunale supremo

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment