Infranto anche il tabù del salario

BARCELLONA – L’ultimo dato fa tremare i polsi: 5,27 milioni di disoccupati (di cui 4,71 iscritti alla disoccupazione). Per il quinto anno consecutivo la Spagna ha bruciato posti di lavoro. È maglia nell’Unione europea. Lo stesso governo ha ammesso che, «in prima battuta», la reforma laboral approvata per decreto tre settimane fa e in discussione da ieri in parlamento, distruggerà  altri posti di lavoro. E si prevede che alla fine del 2012 ci saranno oltre seicentomila disoccupati in più. 
Come va dicendo Izquierda Unida, a cui si sono uniti, in ritardo, anche i socialisti, questa legge non può che peggiorare le cose. La pensa così anche Natxo Parra, avvocato giuslavorista del collettivo barcellonese Ronda, fondato negli anni settanta in piena dittatura per dare appoggio alle istanze dei lavoratori. «Questa riforma è chiaramente involutiva. Peggio di tutte le precedenti che a partire dagli anni novanta, per culminare con il famoso decretazo di Aznar del 2002, e per finire con la riforma di Zapatero del 2010, vanno minando il mondo del lavoro».
Cosa trova più preoccupante in questa legge?
La flessibilizzazione e la precarizzazione del rapporto di lavoro. La contrattazione diventa molto più precaria. Si introduce un tipo di contratto per le imprese con meno di 50 dipendenti (la gran maggioranza) con molti incentivi fiscali e periodo di prova di un anno: in sostanza, per 12 mesi qualsiasi delle due parti, ma è ovvio che sarà  l’imprenditore ad averne un vantaggio, può cancellare unilateralmente il contratto senza indennizzi. Questa legge abolisce l’elemento di stabilità  che in Europa prese piede dopo la seconda guerra mondiale – e in Spagna dopo la dittatura – con il patto fra le centrali sindacali, la sinistra e il capitale: assumere il capitalismo in cambio di alcune garanzie per tutelare la parte debole. La riforma dà  un potere enorme agli imprenditori che potranno modificare liberamente giornate di lavoro, orario, turni, funzioni. E tocca un elemento finora tabù: il salario. Si dà  il potere all’impresa di abbassarlo se sopravvengono determinate circostanze «oggettive»: diminuzione delle entrate, perdite o previsione di perdite, ragioni organizzative – praticamente sempre, soprattutto in tempo di crisi. Il problema è che lo spettro è così ampio che si lascia al magistrato poco margine per potersi opporre.
Cosa rimane della contrattazione collettiva?
Uno degli elementi dell’equilibrio sociale era proprio la negoziazione collettiva. La nuova legge dà  preminenza al contratto d’impresa, dove il potere contrattuale è minore, su quello di settore. La legge poi permette la cosiddetta disapplicazione: l’impresa può disapplicare alcune o tutte le parti del contratto collettivo. Finora era consentito solo per il salario: in determinate circostanze, e previa riunione con le parti sociali secondo quanto previsto dal contratto collettivo, si poteva per esempio non applicare l’incremento salariale per il costo della vita. Ora si possono disapplicare tutte le condizioni del contratto collettivo (giornata, orario, ecc) e ridurre il salario – sia collettivamente che individualmente. Una regressione brutale. 
Ma non è finita qui.
Il terzo elemento di peggioramento è legato all’estinzione del contratto. Continuano a esistere le tre modalità  legali per licenziare: la fine di un contratto temporaneo regolare (anche se in Spagna il 95% dei contratti temporali è fraudolento perché non rispetta i vincoli di legge), il licenziamento per ragioni disciplinari e il licenziamento per ragioni oggettive, con indennizzo di 20 giorni per anno lavorato. Ma le ragioni oggettive sono state estese: comprendono persino la possibilità  di future perdite – cioè non di perdite reali. Prima dovevano esserci almeno tre esercizi in perdita, ora bastano tre trimestri di diminuzione delle entrate! Ci potrebbe essere il paradosso di un’impresa con benefici multimilionari che diminuisce le entrate di un euro per tre trimestri e secondo la legge potrà  licenziare giustificatamente. Tra l’altro, dei 20 giorni, otto li paga lo stato attraverso un fondo, come già  previsto dalla riforma di Zapatero del 2010. Se poi, nonostante queste agevolazioni, il giudice stabilisse la mancanza di giusta causa, la sanzione massima passerà  a 33 giorni, anziché i 45 attuali, e per un massimo di 24 mensilità  invece di 42. 
C’è qualche elemento positivo nella riforma?
No. Addirittura, per la prima volta e contro tutte le legislazioni europee, si potrà  procedere a licenziamenti in massa senza neppure bisogno di un’autorizzazione amministrativa. Cioè se un’impresa decide di chiudere nonostante aver ricevuto montagne di aiuti pubblici, lo stato o le autonomie non potranno fare nulla per bloccarla. E poi c’è la questione dei salari durante l’iter della causa: finora nel caso di assenza per giusta causa, l’impresa doveva pagare tutti i mesi non lavorati fino alla sentenza. Ora non più. Questo tra l’altro ci aveva permesso di aiutare molti lavoratori stranieri irregolari: per la legge spagnola – approvata dal governo Zapatero – bastano sei mesi di lavoro per ottenere automaticamente il permesso di soggiorno. Anche con contratti di pochi mesi, questo escamotage permetteva di arrivare ai fatidici sei. Ora non potremo più farlo.
Prevedi che il vostro lavoro aumenterà ?
Già  il giorno dopo l’approvazione del decreto sono arrivate le prime lettere di licenziamento: dimostrare tre trimestri in perdita in tempo di crisi non è difficile. Io prevedo che aumenterà  la conflittualità  nel mondo del lavoro. Certo, arriverà  il momento in cui i lavoratori si renderanno conto che non varrà  la pena difendere i propri diritti in tribunale perché il guadagno, a parte quello morale, sarà  minimo. Non voglio essere disfattista, ma credo che purtroppo quello che diceva Gramsci si è verificato: hanno vinto la battaglia ideologica.


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