Il razzismo da stadio costa poco così l’Italia rinuncia alla battaglia

Ventimila euro di multa alla Lazio per i buu scimmieschi della Curva Nord a Juan: il più classico dei “chissenefrega”. E così che il calcio italiano si batte – anzi non si batte – contro il razzismo negli stadi. Facendo finta di nulla e pronunciando frasi di circostanza. Qualche esempio? Giancarlo Abete, presidente Figc: «I comportamenti razzisti sono inaccettabili ma non facciamo di tutta l’erba un fascio». Marcello Nicchi, numero uno degli arbitri: «Dobbiamo combattere questa vergogna, ma l’arbitro non ha la facoltà  di sospendere la partita, questa decisione la deve prendere chi è preposto». Damiano Tommasi, sindacalista dei calciatori: «Fermare la partita? Bisogna capire se sia giusto fermare uno spettacolo a discapito di tutti o se sia meglio colpire quei pochi che si comportano in modo incivile. In ogni caso la solidarietà  dei calciatori non è mancata». E così via. C’è uno che abbia detto, «eh, no cavolo bisognava fermarsi almeno un minuto, condannare quel gesto pubblicamente, stringersi intorno a Juan»? No, non c’è. Forse le parole più dure sono arrivate da Reja: «Detesto queste cose, quei buu non mi sono piaciuti. Ma ho apprezzato che Matuzalem, Dias e Klose abbiano abbracciato Juan». Addirittura ignorati, invece, i cori della curva romanista contro Diakitè. 
La multa lava la coscienza di tutti, quattro soldi e via, ufficialmente sanziona quel coro spregevole anche agli occhi dell’Europa – l’Uefa è molto più sensibile e dura in questi casi – ma non fa male. E anzi si va persino indietro: la Juve nel maggio 2009 giocò a porte chiuse contro l’Atalanta, e nel gennaio 2010 curva chiusa con la Roma in Coppa Italia. Sempre per cori contro Balotelli. Oggi non è passato per la testa a nessuno. 
In Inghilterra si sta combattendo una battaglia feroce sul razzismo: Suarez è stato squalificato 8 giornate per insulti a Evra dello United, il City ha fatto denuncia all’Uefa per cori dei tifosi del Porto contro Touré e Balotelli, le stesse dimissioni di Capello si riconnettono al caso Terry, (ex) capitano dell’Inghilterra che ha insultato Anton Ferdinand del Qpr. In Italia la tensione è calata. I buu a Juan sono stati innescati da una normale azione di gioco, segno che l’automatismo è immediato, e si sono propagati rapidamente quasi a tutta la Curva. Non erano poche decine che urlavano, ma tantissimi forse migliaia. Per cui ogni considerazione sui “pochi” che si abbandonano a comportamenti del genere cade. Il razzismo da stadio – dagli insulti a Zoro a quelli a Balotelli – non è un fenomeno debellato, anzi. Quest’anno multe hanno colpito Inter, Juve, Lazio, Siena, Verona, Atalanta, Fiorentina e così via. Ma multe appunto. E basta.
Se Juan si è rivolto alla curva per dire “zitti” e poi al quarto uomo per chiedergli se avesse sentito, in campo non è quasi accaduto nulla: l’altoparlante ha dato un avvertimento, Matuzalem si è rivolto alla curva per dire di smetterla, l’arbitro Bergonzi ha proseguito il match come se nulla fosse, giocatori e allenatori non hanno chiesto alcuno stop. Eppure l’arbitro Tagliavento nell’ottobre 2010 in Cagliari-Inter, dopo alcuni buu contro Eto’o e sollecitato dall’ufficiale di sicurezza, convocò i capitani e minacciò la sospensione. Esiste una norma (art. 62 comma 6 Norme Organizzative Interne della Figc) che dice così: “Il responsabile dell’ordine pubblico…. il quale rileva uno o più striscioni esposti dai tifosi, cori, grida ed ogni altra manifestazione discriminatoria costituenti fatto grave, ordina all’arbitro, anche per il tramite del quarto ufficiale… di non iniziare o sospendere la gara”. E’ solo apparenza: la norma c’è e nessuno fa mai qualcosa.


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