Antartide, infinita epopea

Circolante da anni, la profezia si è man mano mitigata: nulla infatti esclude che, chiuso un calendario, si apra poi quello successivo – così che, proprio a voler dare credito al Popol Vuh, testo fondante della cultura maya, potremmo parlare non della fine del mondo, ma della fine di un mondo. 
A prova di fato
Eppure qualche inquietudine resta e c’è da scommettere che, con l’avvicinarsi della data fatidica, i media, oggi impegnati con un’ampia gamma di disastri ben più immediati e tangibili, tireranno di nuovo fuori l’infausta non-notizia. Nulla di strano: di non-notizie i giornali, i siti internet e i programmi televisivi sono pieni – fatterelli secondari montati a mo’ di panna, esangui dichiarazioni commentate fino allo sfinimento e infine, naturalmente, celebrazioni di anniversari. A riprova della fascinazione che noi umani, per lo meno in questa fase della nostra storia, proviamo per scadenze, ricorrenze, coincidenze. E, guardacaso, proprio quest’anno gli anniversari che riconducono al tema della fine del mondo (o di un mondo) sono almeno due. 
Uno lo conosciamo tutti, ed è diventato il paradigma della catastrofe: quando, nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, il Titanic, il più grande transatlantico del mondo, massima espressione della tecnologia navale dell’epoca, entrò in collisione con un iceberg e naufragò nelle acque freddissime dell’Atlantico settentrionale, non portò via con sé soltanto 1523 vite, ma anche il sogno che fosse possibile realizzare un oggetto perfetto, a prova di fato. 
Ghiaccio e gelo, ambizione e morte, segnano anche il secondo avvenimento di cui in questi giorni ricorre il centenario, meno noto adesso e tuttavia a suo tempo oggetto di appassionata attenzione in tutto il mondo: la gara per raggiungere per la prima volta il Polo Sud da parte del norvegese Roald Amundsen e del britannico Robert Falcon Scott, e la tragica fine di quest’ultimo che un secolo fa, il 29 marzo 1912, chiudeva il suo taccuino con un grido disperato: «Per l’amore di Dio, abbiate cura delle nostre famiglie».
Ci aiutano a ricostruire questo evento, per certi versi non meno emblematico dell’affondamento del Titanic, due libri – i Diari antartici redatti nell’arco di dieci anni dallo stesso Scott, da Ernest Shackleton e da Edward A. Wilson (Nutrimenti, pp. 366, euro 19,50) e Scott in Antartide. La spedizione Terra Nova (1910-1913) nelle fotografie di Herbert Ponting, uscito ancora per Nutrimenti (pp. 288, euro 29) – e due mostre, Scott’s Last Expedition, fino al 2 settembre al Natural History Museum di Londra, e Race. Alla conquista del Polo Sud che, organizzata dall’American Museum of Natural History di New York, si è appena chiusa al Palazzo Ducale di Genova (ma traccia ne resta nel sito www.racepolosud.it) e continua ora il suo tour europeo. 
Personaggi antitetici
E appunto dalla mostra statunitense vale la pena di cominciare questo percorso, se non altro perché, rivolgendosi a un pubblico giovane, e comunque ignaro di quanto avvenne cento anni fa in Antartide, non solo non dà  nulla per scontato, ma addirittura lascia volutamente all’oscuro il visitatore che soltanto al termine del percorso scoprirà  l’unhappy ending di quella che qui appare come una epopea contemporanea, raccontata in modo quasi hollywoodiano, partendo dalla definizione dei due personaggi principali, Amundsen e Scott, opportunamente diversi, se non antitetici. 
«Ambizioso e determinato», il primo discende da una famiglia di armatori e individua la sua vocazione eroica fin da ragazzo, leggendo un libro in cui si narra di un esploratore che per sopravvivere si nutrì per giorni della suola delle sue scarpe. L’idea di sottoporsi a prove durissime pur di raggiungere il proprio obiettivo infiamma il giovane Roald che, dopo avere seguito studi di medicina per compiacere la madre, a ventun anni finalmente asseconda la sua aspirazione e si imbarca. Segue una serie di esperienze che sembrano altrettante tappe preparatorie della successiva avventura al Polo Sud: tra il 1897 e il 1899, a bordo della nave Belgica, intrappolata fra i ghiacci nel mare di Bellingshausen, Amundsen fa parte del primo gruppo di uomini che trascorrono un intero inverno in Antartide; pochi anni dopo, nel 1903, lui stesso guida la spedizione che a bordo della nave Gjà¶a attraversa per prima il passaggio a Nordovest tra la baia di Baffin allo stretto di Bering; e in questo periodo, e negli anni successivi, Amundsen impara dalle popolazioni artiche l’utilità  dei cani da slitta e delle pellicce per ripararsi dal gelo polare. 
Anche Scott è uomo di mare: ha solo tredici anni quando si imbarca come cadetto sul Britannia, ma a differenza di Amundsen, non è un esploratore nato. Per quanto la sua rapida carriera ne dimostri le grandi capacità , il principale motivo per cui nel giugno 1899 si candida a guidare, sotto gli auspici della Royal Geographical Society, una spedizione in Antartide (quella che andrà  sotto il nome di Discovery) è il bisogno di soldi, perché la sua famiglia ha avuto un tracollo economico. Sarà  comunque un’esperienza determinante: nonostante il Polo Sud resti inviolato, quando Scott rientra in Inghilterra nel 1904, è diventato un eroe nazionale, pronto a tornare in Antartide e deciso a conquistare il polo.
Eccoli quindi, Amundsen e Scott, nella ricostruzione di Race, veri e propri duellanti che nell’estate australe del 1911 si sfidano da lontano sullo sfondo di un bianco accecante: il «duro» Amundsen, con una squadra di uomini temprati e i cani da slitta, decisivi per il suo successo, e il «brillante» Scott, che ha scelto di portare, oltre ai cani, anche dei pony e perfino delle avveniristiche motoslitte e che ha incluso nel team accademici inesperti (ma pronti a pagare per far parte del gruppo) come Apsley Cherry-Garrard, che pure si rivelerà  ben più coriaceo di quanto l’età  (24 anni) e la salute (era miopissimo) lasciassero supporre. 
Proprio sul valore scientifico della Terra Nova (questo il nome tecnico della spedizione di Scott, dalla nave su cui era imbarcata nel lungo viaggio dall’Inghilterra all’Antartide) si concentra la mostra del Natural History Museum di Londra, che prende le mosse (né potrebbe essere altrimenti, vista la duratura celebrità  di Scott nel Regno Unito) dall’epilogo: l’esploratore che, dopo avere raggiunto il Polo Sud e avere tristemente scoperto di essere stato preceduto da Amundsen, muore insieme ai quattro compagni che lo hanno accompagnato in questo viaggio davvero estremo. 
Una vittoria morale
Fu una tragedia, ma fu anche una impresa eccezionale, ribadisce l’esposizione londinese, sottolineando come Terra Nova coinvolse geologi, biologi e meteorologi, portò alla scoperta di quattrocento nuove specie di piante e di animali, determinò «sottospedizioni» straordinarie (per non citarne che una, il celebre Winter Journey, durante la quale tre uomini, Edward A. Wilson, Henry R. Bowers e l’«imbranato» Cherry-Garrard si spinsero per oltre un mese nel buio polare con un carico di 115 chili ciascuno per prendere un uovo di pinguino imperatore). È, in fondo, quello del museo di Londra, il tentativo, in sede di centenario, di rivendicare una vittoria morale o per lo meno di alludere a una messinscena della contesa tra tradizione (Amundsen) e progresso (Scott) che ha attraversato il Novecento e che qui tuttavia sembra ribaltare le sue sorti consuete.
Ma a colpire il visitatore profano, più dei risultati scientifici, sono le testimonianze visive: le fotografie (riprodotte anche nel volume Scott in Antartide) e i filmati del grande cineoperatore Herbert Ponting, che prese parte alla Terra Nova (anche se non all’ultima, drammatica, corsa di Scott verso il Polo Sud) e che restituiscono con incredibile nitidezza la quotidianità  di questa impresa eccezionale. Sono le immagini di Ponting (soprattutto quelle che catturano gli interni del rifugio di capo Evans) a rivelarci la distanza che ci separa da quel mondo: un mondo austero, che contempla serenamente nel proprio orizzonte la possibilità  della morte, un mondo – anche – tutto maschile. (Le donne in realtà  ci sono, ma sono fuori scena, destinatarie di lettere asciutte e strazianti – «Non posso far altro per consolarLa che dirLe che è morto come ha vissuto: un uomo coraggioso, onesto», scrive Scott in fin di vita alla madre di Wilson, suo compagno di sventura). 
Ignote forme di vita
Un mondo finito: con scelta intelligente i Diari antartici propongono in appendice stralci da un «quaderno di bordo» di una ricercatrice, Laura Genoni, che ha trascorso un anno, fra il 2008 e il 2009, in Antartide, alla base Concordia, «quella che spesso chiamiamo casa» e che «è comunque un posto sulla Terra». Un posto «lontano da tutto e da tutti», che non cessa di sorprenderci: è recentissima, dei primi giorni di febbraio scorso, l’annuncio, da parte di un gruppo di ricerca russo, che forme di vita a noi ignote si potrebbero nascondere nelle acque tiepide del lago Vostok, quattromila metri sotto la crosta dei ghiacci antartici. Forme di vita, osservava emozionato lo scienziato russo davanti all’occhio delle telecamere, che ci potrebbero dire molto del nostro remoto passato, ma che potrebbero anche rivelarsi letali per la nostra specie. La fine del mondo, o di un mondo, tante volte rinviata?


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