Finalmente siamo liberi. Chiedetelo alle donne

Peccato che, dietro la facciata all’occidentale, con i grandi schermi al plasma per le partite e i camerieri impeccabili in divisa, si nascondano abitudini decisamente antiquate, che non fanno una buona pubblicità  né alla «rivoluzione libica del 17 febbraio» né tanto meno all’islam che va ormai per la maggiore in Cirenaica.
Il locale infatti è diviso in due da un muro di cemento, con le entrate ben distinte: da un lato i maschi single e dall’altro le donne (e le famiglie), l’unico punto di contatto è la toelette, che sta solo nella parte riservata alle donne e a cui i maschi hanno accesso purché non indugino con gli sguardi.
E’ così un po’ dappertutto, anche all’università , dove maschi e femmine convivono senza mai mischiarsi, nelle aule come nelle mense e nelle biblioteche. «Non sta bene», come ci spiega Hatim, l’interprete, che infatti ci invita a casa, per dimostraci che siamo fratelli, guardandosi però bene dal presentarci la madre e le sorelle, che restano chiuse nelle loro stanze, al riparo dai nostri occhi indiscreti.
Chiamarlo apartheid è solo un eufemismo. Ma il dramma vero è che questo non suscita alcuna reazione fra i nostri interlocutori maschi, che al massimo si limitano a riconoscere che Bengasi è sempre stata una città  molto tradizionalista in fatto di costumi, anche ai tempi di Gheddafi. In realtà , i problemi ci sono e crescono di giorno in giorno. Tant’è che le donne hanno provato a scendere in piazza nei mesi scorsi, per denunciare il sessismo che prevale all’interno del Cnt e assegna loro un ruolo molto marginale negli organismi rappresentativi della nuova Libia, libera e democratica. Né queste stesse donne hanno gioito all’annuncio che la sharia diventerà  ben presto legge della nuova Libia, anche se poi Mustafa Abdul Jalil, il numero uno del Consiglio nazionale transitorio, ha provato a rettificare il tiro in una intervista a Le Figaro, spiegando che quello libico non potrà  che essere un islam «moderato» – «come vuole il 90% della popolazione» – perché gli estremisti religiosi rappresentano «solo il 5%» (l’altro 5% sarebbero «i liberali»).
Sarà  anche vero, ma le spie di una regressione nei costumi e di un irrigidimento nelle pratiche religiose – a dispetto della libertà  di cui si fa un gran parlare nelle celebrazioni ufficiali di questi giorni – ci sono tutte e lampeggiano sempre di più. E’ impressionante ad esempio il numero dei «barbuti» che si vedono per strada, a Bengasi come a Tripoli e a Misurata, in perfetto stile salafita. E’ vero che si tratta di una reazione al divieto di portare la barba imposto da Gheddafi e severamente punito ai tempi del suo regime. Ma è un segnale preoccupante se lo si accoppia al boom dei fedeli che affollano oggi le moschee e al tipo di religione che viene predicata dagli imam più seguiti. E’ un islam infatti della purezza e del ritorno alla retta via, che ha avuto un ruolo di primo piano nei mesi della rivoluzione e della guerra – quando le moschee fungevano da ospedali da campo, da punti di raccolta dei combattenti e anche da depositi di armi e munizioni – e rivendica oggi tutto il suo peso, per poter orientare anche le scelte politiche della nuova Libia. A farne le spese sono già  stati i sufi, considerati eretici e non ortodossi, di cui sono state bruciate alcune moschee e distrutte diverse tombe sacre, a mo’ di avvertimento e senza che nessuna autorità  ne condannasse il gesto. Il prossimo obiettivo rischiano di essere i luoghi dello spaccio di alcool, soprattutto a Tripoli, nella zona di Gargaresh, dove di notte è un via-vai incessante di auto a caccia di un po’ di stordimento e di evasione dalla monotonia della vita tripolina, sempre identica nei suoi rituali composti e un po’ ipocriti. Qualche spedizione punitiva c’è già  stata. E la gente ora sta più attenta e discreta nel le sue trasgressioni. «Tempo qualche mese – ci dice un’amica che fa la ginecologa, guadagna bene ma vuole andarsene all’estero – e il vento dell’integralismo comincerà  a soffiare anche qui a Tripoli. Lo sento già . Per questo me ne vado».
Non che ai tempi di Gheddafi si stesse meglio. Tutt’altro. E se non altro oggi si può parlare di tutto, più o meno liberamente e senza il rischio di finire a marcire nel carcere di Abu Salim. Lo dimostra la tenda fissa che campeggia a Tripoli nell’ex Piazza Algeria, ribattezzata oggi Piazza Qatar, e sotto la quale si riuniscono le forze della neonata società  civile: gente di tutte le età  e di tutte le condizioni sociali, che al pari degli indignados nei paesi occidentali, chiedono maggiore democrazia e maggiore trasparenza. «Noi siamo con la rivoluzione e non contro – ci dice Kadir Burwag, che è fra i promotori dell’iniziativa – ma non ci accontentiamo delle tante promesse. Chiediamo ad esempio che le milizie depongano le armi e la smettano di amministrare la giustizia in modo sommario. Chiediamo poi che il Cnt avvii al più presto il processo elettorale, perché solo un governo eletto dal popolo potrà  dirsi rappresentativo. E vogliamo infine maggiore trasparenza su tutte le scelte politiche ed economiche. Solo una società  aperta potrà  ridare ai libici la vera libertà ». 
In realtà , non c’è molta gente ad ascoltare Kadir. È vero anche che la tenda è stata piantata già  da qualche mese e ormai non fa più notizia fra i tripolini. Conforta però vedere i video dei sit-in passati, da cui si evince una discreta partecipazione, nonché parole d’ordine in linea con i movimenti di contestazione al potere costituito sorti negli ultimi anni in tutto il mondo. Il fatto stesso che ci sia questa tenda, e che stia ancora in piedi, è un segnale positivo, che in un certo senso rimette la «rivoluzione» sulla stessa onda di quanto succede a Tunisi o al Cairo. Certo, non è la garanzia che la nuova Libia sarà  veramente libera e democratica, ma permette di alimentarne la speranza. E non è poco.


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