Sul ring col velo nello stadio delle pietre ecco la sfida delle pugili di Kabul

La federazione internazionale sta ancora discutendo se alle prossime Olimpiadi le donne pugili dovranno indossare il gonnellino o i pantaloncini, ma intanto ha chiarito un altro dubbio sulle divise: le atlete afgane potranno salire sul ring con l’hijab, a patto che il volto resti scoperto. Per le 25 ragazze di Kabul che si allenano in una palestra fatiscente dello stadio cittadino è la seconda vittoria importante, in attesa della qualificazione ai Giochi di Londra. La prima l’hanno conquistata a casa, nelle famiglie, quando hanno ottenuto il permesso per fare attività  sportiva e, traguardo ancor più rivoluzionario per la cultura imperante in Afghanistan, hanno ottenuto di praticare uno sport maschile per eccellenza rimasto l’unico, fino al prossimo luglio, a non ammettere le donne alle Olimpiadi. 
In questi giorni la squadra nazionale di boxe femminile afgana fa notizia, perché dichiara a gran voce che si qualificherà  per le prime Olimpiadi della storia moderna con le donne pugili, convinta di riuscire a strappare almeno un posto sui 36 disponibili per le tre categorie di peso. Per confermare le ambizioni sui ring dei Campionati mondiali di Chongqing, a maggio in Cina, il primo nemico da battere è la paura di stare nello stesso stadio in cui, durante il regime dei Taliban, le donne sono state frustate e lapidate. Le sorelle Rahimi, Shabnam e Sadaf, e Terin lo hanno ammesso, il solo pensiero di quel che avveniva dove ora si allenano fa venire loro i brividi quando lasciano la palestra e passano nei corridoi dello stadio Ghazi. Ma queste sono sensazioni, nulla in confronto a quel che accade fuori, alle case dove i servizi essenziali mancano, alle strade dove pur se l’Afghanistan cerca la pace, la violenza è ancora ovunque. 
Le ragazze tirano pugni contro le mani dell’allenatore, contro il sacco e contro le umiliazioni quotidiane. Una di loro, Terin, ha dichiarato alla Bbc: «Non mi va di usare la violenza, ma se è necessario mi piace l’idea di essere capace di difendermi. Ci sono un sacco di ragazzi per strada che aggrediscono le donne. Pensano che le ragazze non sappiano difendersi, ma adesso abbiamo l’opportunità  di mostrargli che possiamo dargli un pugno se ci mancano di rispetto».
Certo, dichiarano anche il loro orgoglio nazionale, la voglia di essere le prime donne a conquistare una medaglia. Decenni di guerra hanno paralizzato ogni aspetto del Paese, figurarsi se c’è stato modo di pensare allo sport, sia maschile, sia femminile. La storia olimpica annovera una sola medaglia afgana, naturalmente maschile, e adesso le ragazze della boxe dichiarano convinte ai giornalisti: «Voglio mostrare al mondo che l’Afghanistan è pronto per il cambiamento attraverso lo sport e lo voglio dimostrare proprio nella disciplina più tradizionalmente maschile». I soldi della federazione sono pochi e la pubblicità  serve anche a raccogliere fondi per le attività , la scelta del comitato olimpico afgano di puntare molto sul pugilato femminile è saggia, visto che in una disciplina nuova per i Giochi la qualificazione può essere meno ardua. 
I video e le foto ritraggono le ragazze in tuta, la testa coperta da bandane – una ha la Union Jack, giusto per ribadire – non diverse da quelle che potrebbe portare un’occidentale per allenarsi. Diverso è quel che succede quando l’allenamento è finito, non solo per le atlete. Da quando, nel 2007, l’allenatore della squadra maschile, Mohammad Saber Sharif, ha deciso di mettere insieme anche una squadra femminile ha ricevuto minacce di morte. Di fronte alle telecamere si mostra fatalista: «Tutti gli afgani sono in pericolo e affrontano minacce quotidiane, io non sono diverso dagli altri».
Eppure diversi, l’allenatore e le ragazze, lo sono, tanto che le organizzazioni non governative sostengono la squadra, convinte, come ha dichiarato Oxfam all’Independent, che «le donne pugili non soltanto stanno facendo una cosa scelta da loro, che le fa felici, ma stanno cambiando il modo in cui le donne afgane vengono percepite all’estero». Le donne con il velo in uno sport tanto maschile sono un’immagine di sicuro effetto e sarà  anche per questo che altri Paesi musulmani si stanno attrezzando. L’Egitto ha di recente istituito una squadra, la Federazione pugilistica iraniana ha detto che comincerà  gli allenamenti non appena troverà  abiti adatti, in Marocco, Algeria e Giordania sono cresciute le praticanti dopo l’ammissione della boxe alle Olimpiadi.


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