Il dogma della proprietà  intellettuale diventa norma

Dopo anni di meditazione, l’Unione Europea ha deciso di sottoscrivere la proposta di «Accordo internazionale sulle contraffazioni» (Anti-Counterfeiting Trade Agreement, Acta) che vincola i governi nazionali ad armonizzare le legislazioni nazionali alle norme previste dall’accordo. C’è da dire che tanto il tempo preso per valutare l’accordo non è poi servito a molto, visto che l’Acta è ritenuto un dispositivo giuridico di gran lunga più liberticida e restrittivo dei pur draconiani «Accordi sulla proprietà  intellettuale» del Wto. 
La firma dell’Unione Europea segue quelle di Stati Uniti – il paese che più di altri ha voluto l’Acta – Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Marocco e Corea del Sud. Significativa è l’assenza della Cina, del Brasile e dell’India, paesi che in questi anni hanno espresso una posizione più articolata sulla proprietà  intellettuale, facendosi portavoce dentro l’organizzazione delle Nazioni Unite sulla proprietà  intellettuale (World Intellectual Property Organization, Wipo) di una proposta di un regime misto tra difesa di copyright, brevetti e marchi e di norme che contemplino forme di tutela incardinate sulla condivisione e sul diritto di accesso alla conoscenza (Creative Commons e altre licenza simili). 
La stesura dell’accordo sottoscritto ieri dall’Unione Europea ha avuto una lunga gestazione, avviata quando la critica e la violazione delle norme previste dal Wto videro paesi importanti come il Sudafrica e il Brasile di Lula. Allora, l’oggetto del contendere furono i farmaci salva vita – quelli contro l’Aids – che cominciarono ad essere prodotti dal Sudafrica senza pagare le royalties alle multinazionali farmaceutiche. Il Wto non intervenne, perché la violazione fu invocato perché un articolo del trattato sulla proprietà  intellettuale che prevedeva la possibilità  di aggirarlo in caso di emergenza, come ad esempio la diffusione dell’Aids. 
Le multinazionali fecero buon viso e cattivo gioco, anche perché molte Ong e gruppi dei diritti civili lanciarono campagne di boicottaggio. Mentre rilasciavano dichiarazione di disponibilità  al dialogo, le multinazionali, nelle stanze ovattate del Wto, arrivarono a proporre la stesura di un nuovo accordo sulla contraffazioni che garantisse la proprietà  intellettuale senza possibilità  di equivoci. 
L’Acta fu scritto una prima volta e poi modificato, senza che il suo contenuto fosse mai reso pubblico per intero. Quando è stato finalmente reso pubblico, il testo dell’Acta ha confermato le più pessimistiche previsioni: era un testo che favoriva solamente la proprietà  intellettuale in quanto proprietà  esclusiva delle imprese. A quel punto l’Unione europea ha preso tempo, stretta tra una opzione di fondo per una legislazione «morbida» sulla proprietà  intellettuale e la presenza nel vecchio continente di molte e potenti multinazionali farmaceutiche. Ieri la decisione di sottoscrivere l’Acta. E come nella vicenda della legge antipateria statunitense e della chiusura del sito Megaupload, decine di siti dell’Unione europea sono stati attaccati e resi inoperativi per alcune ore dal gruppo hacker «Anonymous». Più tradizionale, invece, la reazione del gruppo «Agorà  digitale», che ha considerato la firma dell’Unione europea un «fatto grave».


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