Divario salari-prezzi al record dal 1995 le retribuzioni sono ai minimi da 12 anni

Salari che crescono poco. Prezzi che crescono troppo. E lo “spread” che si allarga fino ad arrivare ai livelli degli anni ’90 quando c’era la lira, l’Italia rischiava il default, i conti erano disastrati e le manovre “lacrime e sangue” mettevano le mani nelle tasche (e nei conti correnti) degli italiani. Situazione non così lontana dall’Italia di oggi che l’Eurispes ritrae come un Paese “depresso”.
Divario record
Buste paga sempre più povere e inflazione galoppante ci riportano dunque indietro di tre lustri. E’ tutto nei numeri diffusi ieri dall’Istat. Nel mese di dicembre le retribuzioni, ferme rispetto a novembre, salgono solo dell’1,4% rispetto allo stesso mese del 2010, più che doppiate dai prezzi (+3,3%), la distanza maggiore dall’agosto del 1995. La musica non cambia se si considera l’intero anno: in tutto il 2011 i salari aumentano di appena l’1,8% sul 2010, mai così poco dagli albori del Giubileo (1999), mentre l’inflazione beatamente si impenna del 2,8%, segnando anche in questo caso uno scarto record tra salari-prezzi, più forte di quello registrato nel 1995.
Potere d’acquisto ai minimi
Cosa significa tutto questo? Quale impatto sulla vita di tutti i giorni? Innanzitutto, una forte erosione di potere d’acquisto e dunque la possibilità  di comprare meno cose con lo stesso stipendio. Come conseguenza, consumi ancora più depressi, Pil ancora più basso, ammontare di debito pubblico più difficile da scalfire. «L’inflazione è molto elevata per la forte componente energetica. E’ questo che genera la forbice. E in un anno di recessione, come il 2012, mi aspetto che le retribuzioni crescano ancora meno», spiega Luigi Guiso, economista e docente allo European University Institute di Firenze. «Ma attenzione. Il paragone con il 1995 regge fino a un certo punto. In comune c’è la forte inflazione determinata da uno shock esterno: lì dovuta alla svalutazione del cambio (che però ci aiutava nelle esportazioni), ora tassa occulta pagata ai Paesi produttori di petrolio. Ma nel 1995 uscivamo da una grave crisi, già  avviati verso la ripresa. Qui usciamo dalla stagnazione per rituffarci nella recessione. Le imprese chiudono e licenziano. Salari e consumi fermi. Una situazione meglio assimilabile alla fine degli anni ’70, allo shock energetico».
Salari troppo bassi
Negli ultimi sedici anni, in realtà  lo “spread” retribuzioni-prezzi ha colpito poco. Solo nei primi anni duemila (dal 2000 al 2003) la forbice si è invertita a sfavore dei lavoratori, ma di pochi decimali di punto. Grazie all’euro, l’inflazione è stata domata e le buste paga in media sono cresciute del 3% e dunque il potere d’acquisto preservato, seppur senza sfarzo. Poi la crisi ha cambiato tutto e ci ha riportati al 1995, quando i prezzi correvano del 5,4%, ben più dei salari. Anno che ora addirittura superiamo. Non sono i prezzi oggi, quindi, a decidere la partita. Quanto gli stipendi sempre più bassi. Che giustificano l’indicatore della fiducia dei consumatori stabile a 91,6 a gennaio (come dicembre), il valore più basso dal 1996.
Esempi
La Cgia di Mestre ha confrontato due anni chiave (1995 e 2011) per valutare l’impatto del “costo della vita” sulle decisioni di spesa degli italiani, ovvero quanti giorni o mensilità  di reddito occorrono per comprare le “cose”. Il risultato (vedi grafico in pagina) è abbastanza confortante per quanto riguarda il carrello della spesa, le bollette, abbigliamento e calzature, istruzione. Meno su altre voci. Ad esempio nel 2011 occorrono 5,3 paghe mensili in media per acquistare un’utilitaria contro le 4,8 nel 1995. Mentre servono 80 mensilità , quasi sette anni, rispetto alle 55 degli anni Novanta per un appartamento di circa 90 metri quadri.


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